Le belve - la recensione del nuovo film di Oliver Stone

08 ottobre 2012
3.5 di 5

Un film frammentario, che vive di improvvise accensioni, fulminanti intuizioni.

Le belve - la recensione del nuovo film di Oliver Stone

Quando un regista si innamora di un libro, c'è poco da fare. Se non si condivide il suo entusiasmo ma si amano il suo stile e la sua filmografia, ci si aspetta comunque un'opera personale e magari si cerca di riconoscere nei temi del romanzo cosa può averlo attratto. Nel caso de Le belve, era lecito pensare che a Oliver Stone fosse piaciuta la storia di due produttori indipendenti di marjuana, giovani belli ed edonisti, in guerra per amore contro un cartello della droga vecchio stile (impresa privata contro produzione in massa, qualità invece di quantità). Se lo stile arguto e volutamente ammiccante di Don Winslow sulla pagina ci era sembrato fastidioso, i personaggi e l'argomento ci avevano fatto sperare in qualcosa di più da parte di un regista che – anche nei suoi più grandi fallimenti – ci ha sempre coinvolto ed emozionato.

Nel caso de Le belve il miracolo è avvenuto solo in parte, se così si può dire. Stone e Winslow hanno sforbiciato tutte le sottotrame della storia originale e si sono concentrati sui protagonisti, in alcuni casi ampliando (il Dennis di John Travolta) e in altri concentrando in un solo personaggio l'apporto di diversi.

Ma, a differenza del romanzo che ha anche capitoli brevissimi e si legge molto in fretta, il film dà l'impressione di essere troppo lungo e dilatato, come se ci fosse un'indecisione di fondo sulla scelta del ritmo da dargli. E nonostante i fatti vengano ridotti (nel libro i colpi messi a segno da Ben e Chon a danno del cartello di Elena sono 3), ci sono talmente tante cose da far vedere e raccontare – con l'espediente della voce fuori campo di O – che la narrazione risulta poco fluida e procede a balzi. Non ci è parso riuscito il tentativo di tradurre in un linguaggio cinematografico analogo lo stile di cui dicevamo all'inizio, e inutile ci è sembrato il doppio finale, che Stone ci ha motivato come più realistico rispetto a quello romantico del libro (in una storia che è tutto fuorché plausibile. E perché non girarne uno soltanto, allora?).

Degli attori, ci sono piaciuti soprattutto i veterani: Benicio Del Toro, con la sua rinomata abilità trasformistica, svetta su tutti nei panni del feroce ma ottuso Lado, dandogli una fisicità da rettile, John Travolta fa bene il poco che ha da fare (al suo personaggio viene data una giustificazione umana assente nel romanzo) e Salma Hayek è perfetta nel ruolo della madre madrina tanto spietata negli affari quanto debole negli affetti. Dei tre giovani protagonisti, bravi Taylor Kitsch nel ruolo del “baddist” del trio, il reduce dall'Afghanistan senza sindrome da stress post-traumatico, e Aaron Taylor-Johnson in quello del buddista pacifista costretto a compiere una trasformazione radicale per amore. Blake Lively offre un'immagine estremamente diversa dall'Ophelia del libro e non ha molto spazio per creare un personaggio memorabile.

Le belve è un film frammentario, che vive di improvvise accensioni, fulminanti intuizioni (la scena della tortura di Alex è molto più terribile e efficace che nel libro) e accecanti lampi di luce nelle immagini di un confine dell'anima ancora prima che reale (la splendida location del deserto con le incongrue cassette della posta in fila) ma manca del cuore nero che una storia del genere avrebbe richiesto. Chissà se è Oliver Stone che si è addolcito o se da questa materia non si poteva proprio tirar fuori niente di più.




  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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