Le avventure del piccolo Nicolas, la recensione del film animato, tra l'adattamento e il biopic

10 febbraio 2024
4 di 5

Il film di animazione Le avventure del piccolo Nicolas non è solo l'adattamento di alcuni popolari racconti illustrati francesi: li intreccia con la vita e i sentimenti dei suoi autori, René Goscinny e Jean-Jacques Sempé. La nostra recensione.

Le avventure del piccolo Nicolas, la recensione del film animato, tra l'adattamento e il biopic

Le avventure del piccolo Nicolas non sono soltanto quelle ricavate dai libri scritti da René Goscinny e illustrati da Jean-Jacques Sempé, traboccanti di una delicata quanto discola infanzia nel dopoguerra francese: sono anche la trasposizione delle esistenze dei suoi autori, i cui ricordi s'intrecciano con le storie di Nicolas, mentre la barriera tra vissuto e fantasia non si riesce più a scorgere. Questa è in sostanza la particolare esperienza che la sensibile regia di Amandine Fredon e Benjamin Massoubre ha voluto costruire: una fusione tra biopic (doppio, per Goscinny e Sempé) e adattamento cinematografico quasi mimetico.

Le avventure del Piccolo Nicolas ha in originale un titolo programmatico, cioè "Le Petit Nicolas : Qu'est-ce qu'on attend pour être heureux?", letteralmente "Il Piccolo Nicolas: Cosa aspettiamo per essere felici?" La ricetta della felicità - o per meglio dire della leggerezza - sembrava proprio essere stata colta dall'amicizia produttivamente creativa tra il leggendario sceneggiatore René Goscinny e il vignettista e fumettista Jean-Jacques Sempé. Il primo fu sradicato suo malgrado dalla Francia, per il lavoro di suo padre in Argentina, rimanendo poi lontano dall'Europa nazista. Il secondo era un aspirante disegnatore della provincia, in fuga da una famiglia fredda, innamorato di Parigi e delle sue opportunità. Alla radice, questo è un film sulla famiglia in tutto e per tutto: è stato infatti scritto anche da Anne Goscinny, che salutò nel 1977 prematuramente suo padre René, un genitore che aveva condiviso col mondo intero e con Asterix, Lucky Luke, Iznogoud e appunto Nicolas. Sarebbe forse persino sbagliato scrivere che Anne e gli autori del film abbattano le barriere tra biografia e creazione letteraria: non le vedono proprio.

René e Jean-Jacques s'incontrano grazie a Nicolas e gli danno vita nel 1960: è un bambino delle elementari, che vive le sue piccole avventure e marachelle nella sua famiglia borghese (entusiasta per l'arrivo del televisore) e nella sua scuola, con gli inseparabili compagni perfettamente caratterizzati con pochi tocchi. C'è sicuramente una satira eterna nella descrizione di quel mondo, lontano nel tempo eppure vicino: l'assenza di cattiveria nel ritratto di persone teneramente imperfette annulla la distanza, ed evita anche la trappola del qualunquismo, per la voglia di sorridere con affetto davanti a qualsiasi situazione. René e Jean-Jacques, chiacchierando tra loro o rispondendo a precise domande dello stesso Nicolas, che sporadicamente abbandona le sue storie per confrontarsi con i suoi creatori, ricostruiscono la propria vita e carriera. Indirettamente capiamo i motivi che li hanno portati a Nicolas: la ricerca di un'appartenenza, alla famiglia perduta di Goscinny o lasciata volutamente alle spalle da Sempé. Esplorare questo umorismo ci porta più vicini a capirne l'anima di quello che potrebbe essere oggi il suo erede ideale, il Greg di Diario di una schiappa, creato da Jeff Kinney.  

L'adattamento delle spassose storie selezionate, in sé, reggerebbe anche senza i raccordi che riguardano gli autori, ammesso che di raccordi si possa parlare, visto che l'integrazione tra le due dimensioni del racconto è giustamente disinvolta e senza remore. Lo stile grafico scelto per il film aderisce infatti perfettamente al tratto di Sempé e lo traduce in animazione a mano libera, portata a termine con cura delicata da tre studi francesi. Così come Goscinny usava la fantasia per sublimare il reale a fiaba, così la sintesi grafica riassume concetti con pochi segni, persino col poetico coraggio di sfumare forme e colori, quando si avvicinano al bordo della pagina - pardon, dello schermo. Il cuore di Ernest & Celestine batteva già qui.
Questo lungometraggio è un'operazione molto diversa dagli adattamenti dal vero più recenti firmati da Laurent Tirard, come Il piccolo Nicolas e i suoi genitori (2009), Le vacanze del piccolo Nicolas (2014) o il da noi inedito Le Trésor du Petit Nicolas (2021) di Julien Rappeneau. Sul piano visivo vi si avvicinano di più le serie tv animate realizzate una decina d'anni or sono, ma senza il rigore estetico sul quale si punta in questo caso. Non è però solo un vezzo: da un lato c'è l'evanescenza di questi disegni, tanto emotivamente potenti quanto essenziali. Dall'altro c'è la storia di due uomini bisognosi di creare per completare la propria esistenza. I due percorsi s'incrociano a metà strada per un grande risultato. Perché spiegare cosa significhi e quanta importanza abbia la leggerezza è difficile, ma Le avventure del piccolo Nicolas l'incarna per noi.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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