La vie d'Adèle - la recensione del film di Abdellatif Kechiche

23 maggio 2013
4.5 di 5
8

Amore e vita, non c’è altro nel film di Kechiche: il che equivale a dire che La vie d’Adèle contiene tutto. La forza necessaria, imprescindibile, totale del primo e del primo e, quindi, il senso e l’energia della seconda.

La vie d'Adèle -  la recensione del film di Abdellatif Kechiche

Che La vie d’Adèle (Chapitres 1 et 2) si apra con una scena in cui, nella classe del liceo di Lille che frequenta la protagonista, si stia leggendo il romanzo di Marivaux “La vita di Marianna” è significativo al di là della chiara corrispondenza tra i due titoli.
Rimandando a altrove un ragionamento sul come il cinema francese sia capace di raccontare il mondo della scuola (e quale scuola), parlando del nuovo film di Abdellatif Kechiche basta sottolineare come quell’incipit stia a testimoniare come La vie d’Adèle sia un perfetto corrispettivo contemporaneo e filmico del grande romanzo d’amore e passione d’altri tempi. E se l’opera di Marivaux rimase incompiuta, terminata da terzi, La vie d’Adèle è perfettamente e consciamente incompiuto per pura necessità: perché la sua fine non coincide affatto con quella della vita che racconta.

Di Adèle - interpretata straordinariamente dalla giovanissima Adèle Exarchopoulos, che mette a nudo ben più del suo corpo in un film di cui si parlerà ingiustamente solo per le scene di sesso lesbico lunghissime e esplicite come più non potrebbero - Kechiche racconta infatti una manciata d’anni: quelli cruciali (nella vita sua e di tutti), quelli in cui una ragazza 15 si trova a dover scoprire sé stessa e il mondo, il sesso e l’amore, la gioia e il dolore, la forza e le paure, la leggerezza della spensieratezza e il peso della responsabilità. La vita e la sua complessità, attraverso la storia grande, lunga e appassionata di un amore e dalla sua fine.
Amore e vita, non c’è altro nel film di Kechiche: il che equivale a dire che La vie d’Adèle contiene tutto. La forza necessaria, imprescindibile, totale del primo e del primo e, quindi, il senso e l’energia della seconda.
E che l’amore in questione sia omosessuale è solo un dettaglio. O forse ha la non comune capacità di farlo sembrare tale pur avendo valenza politica.

Dura tre ore, il film di Kechiche: tre ore dei volti e dei corpi delle sue due protagoniste, riprese quasi sempre in primo e primissimo piano, con una macchina da presa e una storia incollate su di loro e proprio per questo capaci di aprirsi al mondo intero. Perché la capacità di raccontare del tunisino, di scrivere e girare storie dilatate, turbinose, complesse, è straordinaria e omnicomprensiva, e regala alcune delle scene più vitali e coinvolgenti del cinema recente, e assieme e soprattutto, alcune delle più dolorose e strazianti quando è il momento di raccontare la fine dell’amore intensissimo che ne rappresenta il sostegno e il motore. Perché quello che racconta Kechiche, il suo cinema, è tanto sentimentale quanto fisico e carnale.
Come l’amore e come la vita.
La lista di tutto quel che il regista riesce a toccare e raccontare nei frammenti di un dialogo o nel dettaglio di un corpo e di un’inquadratura sarebbe lunghissima, ma anche inutile: perché tutto si riduce alla semplice complessità di una storia d’amore.

Evidentemente completato pochissimi giorni prima della presentazione al Festival di Cannes, con qualche taglio in più che moderi l’esuberanza narrativa del suo autore La vie d’Adèle sarebbe un capolavoro capace di lasciare senza fiato.
Così, è “solo” un grandissimo film. Che però, il fiato, lo toglie lo stesso.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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