La scoperta: recensione del film Netflix con Robert Redford, Rooney Mara e Jason Segel

31 marzo 2017
2.5 di 5
19

Disponibile in streaming a partire da venerdì 31 marzo: fantascienza esistenziale intrisa di romanticismo.

La scoperta: recensione del film Netflix con Robert Redford, Rooney Mara e Jason Segel

Da sempre, e in particolare dagli anni Sessanta, la fantascienza è stato un genere utile a veicolare riflessioni sulla condizione esistenziale dell'uomo moderno, e delle ricadute delle scoperte scientifiche sulla vita (e sulla morte umana). Da qualche anno a questa parte poi, sono stati molti i film che hanno messo questi aspetti filosofici in primissimo piano, relegando in secondo quelli spettacolari e tecnico-scientifici.
La scoperta è un esempio quintessenziale di questa tendenza, con il suo procede pensoso e ovattato, le interpretazioni un po' sofferte, i dilemmi e gli interrogativi morali, con il setting autunnale e isolano, la sua fotografia lattiginosa.

Da questa ricercata foschia, emergono pian piano, uno dopo l'altro, gli elementi forti e caratterizzanti del film di Charlie McDowell, regista e sceneggiatore assieme a Justin Lader: su tutti, il tema, lo spunto della storia, e la bellezza senza tempo di Rooney Mara, che non a caso è stata tinta di biondo platino, quasi a volerla far risaltare, emergere come un faro antinebbia.
Quanto al nodo narrativo, viene enunciato con tutto il suo carico di problematicità nelle fasi iniziali del film: perché la scoperta del titolo è quella dello scienziato (interpretato da) un Robert Redford che assomiglia sempre più a mia nonna) che ha fornito prove scientifiche dell'esistenza di una vita dopo la morte, scatenando così un'ondata di milioni suicidi. Gente che aveva fretta di vedere cosa c'è dall'altra parte, o che non era particolarmente soddisfatta di quel che c'è e ha in questa parte qui.

E però questo spunto a McDowell & Lader non bastava: troppo ampio, troppo generico, in un film che dalla vastità di questi orizzonti si restringe via via fino a concentrarsi su questioni familiari prima e personali e sentimentali poi. Perché subito dopo Redford, in scena arriva Jason Segel, che rimarrà sempre il centro e al centro di questo racconto a spirale: perché lui è il figlio di Redford, al quale torna come figliol prodigo ma scettico, sollevando vecchie polveri di famiglia; perché lui incontra la misteriosa e platinata Rooney Mara e non se ne separa più. Forse.

Mentre, col procedere degli eventi, il personaggio e il volto volutamente anonimi di Segel acquistano progressivamente personalità e definizione, mentre gli adepti al culto di suo padre si aggirano per il suo quartier generale con tutine colorate e cappellini che li fan sembrare un po' un equipaggio alla Steve Zissou, tutte le implicazioni esistenziali della Scoperta si fan più confuse e raffazzonate, soprattutto in un terzo atto frettoloso di arrivare lì dove a McDowell & Lader preme davvero arrivare, alla risoluzione (complessa e "a effetto") della questione sentimentale, laddove fino a quel momento si navigava senza bussola e in acque fin troppo quiete.

Perché alla fin fine, tutto questo parlare di vita dopo la morte, tutti questo speculare su esistenze che si rincorrono nel tentativo di porre rimedio agli errori fatali che commettiamo strada facendo, tutta questa pensosità un po' pedante e pesante, alla fine sono funzionali a una storia d'amore. E, se vogliamo, la cosa potrebbe anche avere un senso (specie se di mezzo c'è Rooney Mara).

La Scoperta
Il trailer italiano del film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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