La scelta - la recensione del film di Michele Placido

01 aprile 2015
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Per il suo undicesimo film l'attore e regista sceglie un testo teatrale poco conosciuto di Luigi Pirandello, L'innesto.

La scelta - la recensione del film di Michele Placido

Laura e il marito Giorgio sono una coppia agiata – insegnante di coro al conservatorio lei, cuoco con un proprio ristorante lui – che abitano in una cittadina pugliese. Non hanno figli e ne desiderano tanto uno. Finché, in conseguenza di uno stupro che si rifiuta di denunciare e di cui non vuole nemmeno parlare, la donna resta incinta. Il figlio potrebbe anche essere del marito a cui a un certo punto si riavvicina, ma il traumatico evento mette in seria crisi i loro rapporti. Questa in poche righe la trama alla base de La scelta, un titolo che potrebbe anche riferirsi alla preferenza per una delle due anime registiche di Michele Placido: da un lato autore di film di genere spettacolari, incisivi e tesi come Romanzo criminale e Vallanzasca , dall’altro ambizioso metteur en scène di film più artistici e teatrali, nel cui solco si colloca questa sua undicesima regia.

Alla base c’è un breve testo teatrale di Luigi Pirandello conosciuto solo tra gli addetti ai lavori e quasi mai rappresentato: L’innesto, una commedia drammatica in tre atti del 1919 (se volete leggerla la trovate qui). In questa pièce minore del suo repertorio il grande scrittore siciliano affrontava il tema dello stupro subito da una donna della borghesia romana mentre si trovava a dipingere a Villa Giulia e le sue conseguenze sul matrimonio e sulla società ristretta a lei vicina, rappresentata dalla madre, dalla sorella e dal medico di famiglia (assente nel film e sostituito dalla figura del maresciallo dei carabinieri interpretato dallo stesso Placido).

Pirandello andava però ancora oltre, aggiungendo un altro elemento di scissione all’interno della coppia che faceva risaltare ancora di più la diversità di mentalità tra uomo e donna: prima di sposarla, da giovane, Giorgio aveva avuto il classico figlio della colpa da una serva, data poi in moglie a un altro uomo attribuendogliene la paternità, una cosa risaputa e considerata normale. Quando Laura resta vittima della violenza, la reazione iniziale del marito è quella di una repulsione totale e assoluta (tanto che è lui ad allontanarsi da lei fisicamente), e l’uomo fraintende totalmente l’interesse della moglie per il figlio illegittimo avuto da ragazzo. Quello che sta a cuore a Laura, da 7 anni senza figli, è l’amore per il partner che legittima il proprio essere genitori: se si è pronti come la pianta all’innesto, perché consapevoli e sicuri di questo sentimento, il seme attecchirà e darà frutti, altrimenti resterà sterile e prima o poi appassirà.

Era davvero un’opera potente per il periodo questo scritto pirandelliano e non stupisce il suo rifiuto da parte del pubblico dell’epoca. Il tema del dramma è quello dell’amore totale e disinteressato, superiore alle sue varianti comunemente (ri)conosciute, anche se il finale ravvedimento dell’uomo appariva un po’ troppo improvviso. Su questa pièce Placido imbastisce un film che resta altrettanto essenziale e trasporta i suoi attori in un contesto contemporaneo e provinciale, seguendo fin troppo fedelmente la fonte: non, va detto, nelle battute pronunciate da Ambra Angiolini e Raoul Bova, entrambi coraggiosamente alle prove con ruoli drammatici molto complessi. Non è questo e non sono loro a parer nostro il problema de La scelta, ma nella decisione di applicare a una storia così lacerante e intima un’estetica troppo ricercata ed esteriore, che non aiuta lo spettatore a comprendere i personaggi e le loro motivazioni.

La scena della violenza è preannunciata e giustamente non mostrata dalla musica durante una passeggiata in zone periferiche della città dove Laura, allegra, si perde. E’ come se un momento felice venisse a un tratto strappato via con forza a chi lo vive per trasformarsi in tragedia. In questo senso la protagonista dimostra tutta la sua forza pur nel rifiuto iniziale, che a noi può apparire incomprensibile, di denunciare il suo aggressore. Anche nel testo teatrale si parla solo del ritorno della donna scarmigliata e contusa, sotto shock, senza assistere ad un’azione che resta fuori campo, nella zona d’ombra nota solo al perpetratore e alla sua vittima e la cui presenza incombe da quel momento sui protagonisti come una nuvola gonfia di pioggia. Ma quando la minaccia si concretizza in qualcosa di bello e di inatteso, la prospettiva di Laura cambia mentre quella del marito, ferito nella sua virilità, cede al sospetto e alla paura.

Forse è il tema di fondo a distrarre: perché alla storia di un amore totale noi sovrapponiamo la nostra modernità, aspettandoci di veder trattare temi come l’aborto, la libertà di scelta, l’egoismo maschile, il matrimonio e la parità dei sessi. In questo senso La scelta agli occhi di uno spettatore odierno resta un’opera di cento anni fa e a dare questa sensazione è la richiesta che il regista gli fa di accettare l’antirealismo di una storia in cui una coppia litiga e parla sussurrando, in privato o in pubblico, e dove invece di seguire passo passo i personaggi nel loro sviluppo drammaturgico li si contorna di immagini, panorami e particolari che non aggiungono verità ai loro sentimenti. Questo, forse, è il difetto principale di un film che resta comunque un coraggioso tentativo di fare un cinema altro e diverso, a cui però non c’è da stupirsi né da rimaner male se molti di noi preferiscono quello fatto di azione, crimini, sentimenti violenti e personaggi estremi, in cui possiamo (ahimé) riconoscere  più facilmente la nostra umanità.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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