La Rançon de la gloire - la recensione della commedia di Xavier Beauvois

28 agosto 2014
2.5 di 5
18

In concorso a Venezia il nuovo film del regista di Uomini di Dio.

La Rançon de la gloire - la recensione della commedia di Xavier Beauvois

Siamo tutti Charlot.
Si capisce quanto lo pensi Xavier Beauvois vedendo il suo nuovo film Le Rançon de la gloire, in cui torna in terreni meno gravi rispetto al suo inatteso grande successo Uomini di Dio. Un film tanto particolare nella sua filmografia da averlo spinto a farlo seguire da una commedia lieve, se non inconsistente: un omaggio a Charlie Chaplin cinefilo e inoffensivo.

La vicenda raccontata è quella di due amici che vivono in Svizzera, sulle rive del Lago di Ginevra, entrambi estranei al clima di benessere di quelle terre. Uno, belga, è appena uscito di prigione e viene ospitato dal suo amico, di origine algerina, che vive con la figlia e gli è riconoscente perché anni prima gli aveva salvato la vita.

Siamo nel 1977 e Charlie Chaplin è appena morto nella sua splendida residenza elvetica. Quale migliore occasione per i due proletari dell’anima e del portafoglio che rubare la sua bara dal cimitero e chiedere un riscatto? Una pratica tragicomica in uso quindi già ben prima di recenti avvenimenti delle nostre parti, visto che il film trae ispirazione da fatti realmente accaduti.

Sorprendentemente piatto pur omaggiando Charlot e potendo vantare un protagonista talento di razza come Benoît Poelvoorde, il film sembra sempre sul punto di qualche guizzo che non arriva. Rimane piatto e sgassato, sui territori dell’inoffensivo citazionismo cinefilo, mettendoci davvero troppo a sciogliersi verso il finale, giocando a carte scoperte non poi imprevedibili la sua morale sull’umanità dei derelitti, sulla duplice maschera del clown, dalla risata triste schierata con gli ultimi.

Appesantito dal contrappunto ingombrante di una colonna sonora strumentale - lontano ricordo i silenzi dei monaci in Algeria - ha la superficie, ma non la cattiveria, di una commedia alla I soliti Ignoti e un andamento stanco e prevedibile. Presentato in concorso a Venezia forse più grazie ai meriti del suo precedente Uomini di Dio, il film spreca il fascino di Nadine Labaki nell’anonimo ruolo della moglie malata in ospedale di uno dei due protagonisti. Poco più significativo anche lo spazio alla musa circense Chiara Mastroianni.



 



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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