La prima volta di mia figlia: recensione della commedia diretta e interpretata da Riccardo Rossi

16 marzo 2015
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Cinema garbato e modesto, che tra tanti difetti riporta la commedia italiana a misure perse da tempo.

La prima volta di mia figlia: recensione della commedia diretta e interpretata da Riccardo Rossi

Ci si potrebbe chiedere perché, oggi, si senta il bisogno o la voglia difendere un film come quello con cui il comico romano Riccardo Rossi debutta nella regia.
La risposta è piuttosto semplice: perché si tratta di un'opera che, con tutti i suoi limiti e i suoi difetti (magari non pochi) riesce con semplicità e sincerità a riportare una commedia italiana sempre più schizofrenica a misure perse da tempo; e a suggerire il ritorno a poche, essenziali pietre angolari.

Oggi, la galassia della commedia di casa nostra è esplosa nelle sue varianti d'autore, demenziali, finto-satiriche, scollacciate e sboccate o ammiccanti a registri e modi del cabaret televisivo: e tutte mirano quasi sempre molto o troppo in alto.
Riccardo Rossi, invece, con le sue camicie indossate col pullover, con quell'aria un po' démodé lontana da istrionismi divistici intrisi d'egotismo e la recitazione alla Nanni Moretti in versione nazional-popolare, con La prima volta di mia figlia sceglie di trattare un tema universale e di attualità scottante (si pensi a quanto racconta la cronaca di oggi sul rapporto col sesso degli adolescenti) senza pretese sociologiche scandalose  o moralizzatrici, lavorando su quel che conosce meglio: un impianto teatrale dove parola, scrittura e recitazione sono centrali, e sentimenti basilari dell'animo umano.

La prima volta (di mia figlia) è un film modesto, nei due sensi del termine.
Modesto cinematograficamente, se vogliamo, con vari difetti registici e narrativi: figli, però, quasi solo di ingenuità.
Ma modesto anche nelle sue virtù: anzi, virtuoso perché modesto, perché non vuole strafare, perché gli basta ragionare convivialmente di qualcosa che, al netto della nostra ipocrisia, ci tocca da vicino (genitori o figli che si possa essere), chiedendoci di sedere attorno a un tavolo con gli altri protagonisti e di mettere in gioco i nostri ricordi, le nostre paure, le nostre speranze.
Basandosi sulle esperienze dei suoi amici, un Rossi che genitore non è racconta con sincerità i sentimenti contrastanti degli adulti (dei vari tipi di adulti) di fronte alla scoperta del sesso da parte di una figlia, così come cattura con lo stesso candore senza filtri le passioni e gli imbarazzi di chi sta per perdere la verginità. La mano non è mai calcata, le retoriche ridotte al minimo, la volgarità è bandita: e se le figure che costellano il film sono degli stereotipi, è perché ognuno di quegli stereotipi, in fondo, racconta una parte di noi.

Antimoderno fin dalla gradevole sequenza che accompagna i titoli di testa, Rossi guarda esplicitamente al cinema degli anni Ottanta che l'ha visto muovere i suoi primi passi sul grande schermo, a quel modello di racconto un po' edulcorato ma fatto di sentimenti veri e di rifiuto delle trivialità becere del cinema di oggi, contrapponendogli un'idea di film basic: che non a caso era il linguaggio di programmazione di quegli anni lì.
I modelli non sono né i Monicelli né gli Scola, l'ambizione non è tale; ma casomai i Castellano e Pipolo e i Vanzina prima maniera: Pozzetto più che Sordi, e il pop di film alla Mio padre che eroe. Lontani, per fortuna, gli echi dei Brizzi e dei Bruno, come quelli di Moccia.
Si aggrappa poi alla sua esperienza teatrale, e un azzeccatissimo cast, per la parte centrale della sua storia, tutta ambientata attorno a un tavolo dal quale ci si alza solo per i flashback (magari didascalici ma molto credibili, e decisamente azzeccati nella ricostruzione del periodo storico di riferimento) attraverso i quali i vari personaggi rivivono la loro prima volta: chi avendo atteso a lungo il grande amore, chi levandosi via un peso il più velocemente possibile, chi quasi per caso e riscattando uno status sociale non elevatissimo.
Il dinamismo e la modernità di Anna Foglietta e del suo personaggio sottraggono rigidità a quello volutamente tale di Riccardo Rossi, e contribuiscono allo stesso modo alla riuscita del film, mentre le battute affidate a un irrefrenabile e dolcemente sconsiderato Stefano Fresi alleggeriscono e regalano momentanee distrazioni.

Certo, resta da vedere come un film decisamente “maturo”, magari un po' vecchio e nazional-popolare come La prima volta (di mia figlia) possa essere recepito dal pubblico più giovane e smaliziato: ma nel personaggio interpretato con il giusto mix di irriverenza e imbarazzo dalla bella Benedetta Gargari (perfetto corrispettivo per il film di Rossi di quello che Matilde Gioli era stata per Il capitale umano di Virzì) anche loro potranno rivedere delle parti innegabili di loro stessi. E d'altronde anche grandi classici come la Coppa del Nonno o il Cremino hanno ancore un certo appeal senza età.
I grandi, dal canto loro, potranno tornare indietro nel tempo o confrontarsi con spettri passati, presenti o futuri senza che nessuno, da Rossi in giù, voglia fargli la morale, suggerendo al più un'accettazione quasi buddista delle cose.
Perché, a far sì che La prima volta (di mia figlia) sia apprezzabile nonostante tutto, ci sono anche due intelligenti scelte di sceneggiatura nel finale, che non cedono alla tentazione di esplicitare, di far rumore o di indagare, ma fanno un passo indietro rispetto ai suoi personaggi. Lasciando nel non detto i rimpianti e le speranze degli adulti; e, soprattutto, la libertà a chi, se non altro per ragioni anagrafiche, la merita senza troppe ingerenze.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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