La prima regola: recensione della fiaba nera distopica ambientata in una scuola

30 novembre 2022
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Una scuola di periferia fa da sfondo a La prima regola, film di debutto di Massimiliano D'Epiro che parla del mondo di oggi attraverso lo sguardo di sei ragazzi difficili e un professore anticonformista. La recensione di Carola Proto.

La prima regola: recensione della fiaba nera distopica ambientata in una scuola

Se volessimo fare il gioco del "trova la citazione", potremmo individuare ne La prima regola solo una vaga somiglianza con La scuola di Daniele Luchetti e L'attimo fuggente di Peter Weir, visto che siamo in presenza di una classe indisciplinata e di un professore dai metodi non ortodossi e dalla vibrante personalità. E comunque Massimiliano D'Epiro, che del film è il regista, ha preferito definire la sua opera prima "Mery per sempre che incontra Suspiria", un po’ perché la scuola di periferia che ospita la vicenda sembra Il villaggio dei dannati, e un po’ perché gli studenti di cui si parla sono ragazzi problematici e ben più riottosi, ad esempio, dei personaggi di The Breakfast Club, costretti anche loro a restare in classe oltre l'orario scolastico e a condividere, a volte con ironia, disagi e paranoie.

Come nel film di John Hughes, anche nell'adattamento della pièce di Vincenzo Manna "La scuola", l’azione si svolge in un unico luogo (la scuola, appunto), che poi funziona da non-luogo, e siccome non può esistere un tempio del sapere accanto a un campo profughi chiamato Lo Zoo, che tanto ricorda le township africane piene di baracche dai tetti in lamiera, molto probabilmente la disavventura dei sei protagonisti del film appartiene a una realtà parallela alla nostra, nell'ambito di un multiverso che non sembra esattamente quello dei supereroi Marvel. E tuttavia, un supereroe c'è ne La prima regola, ed è l'insegnante del corso di recupero, che con i suoi allievi un po’ strambi ha in comune una vita dolorosa, dal momento che è originario di quella Srebrenica in cui, nel 1995, sono stati uccisi 8000 ragazzi e uomini musulmani bosniaci. Massimiliano D’Epiro, però, vede il personaggio più che altro come il cowboy buono dei film western, che arriva in una cittadina assediata dai banditi e, più con le cattive che con le buone, ristabilisce l’ordine e ripristina una pacifica coesistenza tra i diversi ceti sociali.

A ben pensarci, anche i personaggi de La prima regola rappresentano ciascuno una classe, una categoria di persone, e quindi hanno un valore fortemente archetipico. E sono scomodi, molto scomodi. Quasi tutti italiani di seconda generazione, non si aggrappano, tranne in un caso, a degli ideali. Piuttosto, portano scritta nei loro occhi la solitudine del (giovane) uomo contemporaneo, sempre più schiacciato dal giudizio altrui, dalla violenza dei social media, dall'invidia e dalla gelosia. E allora cosa rappresenta la scuola per Vasile, Maisa, Arianna, Nicolas, Talib e Petra? Per Talid, che arriva dallo Zoo, è un hotel a 5 stelle dove dormire e mangiare, mentre per Arianna è rifugio e salvezza, perché la ragazza ha un padre terribile. Il film non lo mostra, così come tralascia le incursioni nel vissuto extrascolastico degli altri ragazzi, e questa è senza dubbio una scelta intelligente, perché sta a indicare che per i personaggi vale solo il "qui e ora", e quindi lo spettatore può divertirsi a scatenare la sua immaginazione inventando biografie intere.

Vivendo dunque in un eterno presente, gli studenti entrano ed escono dall'inquadratura come se fossero sul palcoscenico di un teatro. La macchina da presa li segue nei corridoi e addirittura nei bagni, e li premia con dialoghi ben scritti e con ottimi monologhi, che però qua e là tradiscono l'origine teatrale del racconto, permettendo d'altro canto agli interpreti di dimostrare la loro bravura.

Tornando ai fatti de La prima regola, è da notare che in un universo ostile come quello che il film ci mostra, e dove a un certo punto scatta il coprifuoco, ai più rabbiosi e insoddisfatti serve un capro espiatorio, qualcuno su cui sfogare le proprie frustrazioni. Così Nicolas diventa il portavoce di un movimento che vuole cacciare via gli extracomunitari, accusati di essere violenti e disonesti. Anche se siamo in una fiaba nera e Massimiliano D'Epiro non giudica né vuole fare la morale, i riferimenti all'attualità non mancano di certo, e infatti Talid e i suoi vicini dello Zoo manifestano gridando: "Non siano animali", mentre uno straordinario Andrea Fuorto snocciola luoghi comuni leghisti e discorsi infarciti di razzismo e ignoranza. Ma il suo Nicolas, che pure arriva a dire: "Li massacriamo di botte, è la sola lingua che capiscono!", non è il cattivo del gruppo, ma un ragazzo probabilmente educato male che pensa con dolore alle persone che perdono un lavoro a 50 anni senza capire che non dipende da chi ha raggiunto le coste in barcone.

Ora, se la scuola è davvero un microcosmo che riproduce le dinamiche del nostro paese, allora la distanza siderale che c'è fra insegnanti e allievi non è un buon segno. E che dire del muro alto 5 metri che la città immaginaria che fa da sfondo a La prima regola vuole alzare per non avere di fronte lo Zoo? È sicuramente metafora di chiusura mentale e soprattutto di incomunicabilità, di distanza fra un preside che ripete: "Bisogna rispettare le regole" e uno studente che controbatte: "La prima regola è che nessuno tocca nessuno". Eppure professori e alunni possono trovare un compromesso e incontrarsi nell'idea che la salvezza sia nella cultura che la scuola contribuisce a diffondere e che i protagonisti accolgono partecipando a un concorso guarda caso sul'Olocausto, che delle forme di intolleranza è l’esempio più terrificante.

E allora, quando il preside, in mezzo alla guerriglia, dice che "la scuola è l'unico posto sicuro", dobbiamo pensare che l'affermazione abbia anche un valore metaforico e che sia in grado di formare gli adulti di domani? Secondo la classe ribelle non proprio. Dobbiamo ammettere che avremmo voluto ascoltarli e capirli di più questi personaggi, così ben interpretati da attori che hanno fatto un lungo e minuzioso lavoro di preparazione con il regista, arrivando sul set già carichi di emozioni. Qualcuno si fa notare di più - Antonia Fotaras, Harount Fall e Andrea Fuorto - e qualcun altro di meno. Ci sarebbe piaciuto che venissero sviluppati maggiormente nella sceneggiatura, perché il contesto in cui tutti si muovono, e che è altamente drammatico, a volte schiaccia coloro che ne fanno parte.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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