La prima Notte del Giudizio Recensione

Titolo originale: The First Purge

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La prima notte del giudizio - la recensione del prequel della serie

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La prima notte del giudizio - la recensione del prequel della serie

Un prequel, a nostro avviso, non è sempre necessario: il cinema di genere degli ultimi anni ha spesso fatto ricorso alle cosiddette origin stories per spiegare cosa è successo prima o raccontare gli inizi di un personaggio iconico, col rischio di banalizzarli. Nel caso della serie de La notte del giudizio, però, la curiosità sulle origini dell'evento conosciuto come The Purge o lo Sfogo, era più che legittima e dopo tre film viene soddisfatta da un “come tutto ebbe inizio”.

Certo, lo si fa in forma sintetica e nei consueti 90 minuti di durata di un film che necessita di stringatezza e tensione (aspettiamo la serie tv per maggiori dettagli), ma il prequel mette subito in chiaro come, in seguito a una crisi economico-finanziaria senza precedenti, alla frustrazione e alla rabbia delle fasce più povere della società americana, si sia affermato un terzo partito, più a destra di quello Repubblicano, detto dei Nuovi Padri Fondatori, che sotto le spoglie di un populismo acchiappacitrulli e con la dichiarata intenzione patriottica di riportare l'America alla sua grandezza, riesce ad attuare un esperimento “controllato” a New York, su base volontaria e retribuita tra gente che ha poco da scegliere, nell'isola di Staten Island (luogo simbolo di quello che era un tempo il luogo di sbarco e accoglienza degli immigrati). Ed è a questo primo Sfogo sperimentale e alla sua manipolazione che assistiamo nella Prima notte del giudizio.

Se il primo film, che ci mostrava lo Sfogo dall'interno di una casa sotto assedio, poteva sembrare una originale variante del genere home invasion, il successivo - coi malcapitati che si trovavano per strada senza protezione durante la fatidica notte – e il terzo con la scoperto della Resistenza clandestina e la ritualizzazione eucaristica dello Sfogo, rendevano più evidente come, utilizzando l'espediente del futuro distopico, gli autori fossero in realtà interessati a fare una satira politica del nostro presente, dove la vita della maggioranza dei cittadini è determinata dalle spietate leggi di un capitalismo finanziario fuori controllo e si ripropone in forme più estreme l'eterna lotta tra ricchi e poveri, potenti e impotenti e bianchi e neri, o di altra provenienza etnica.

In questo senso la quadrilogia di The Purge richiama i migliori esempi del genere negli anni Settanta e Ottanta, soprattutto il cinema di John Carpenter, George A. Romero e in parte Wes Craven, richiamato anche nelle scelte stilistiche dell'assedio e della lotta dei pochi contro i (quasi) tutti. La prima notte del giudizio è andato oltre, dichiarandosi politico fin dal poster su cui campeggia il cappellino rosso con la visiera indossato dal presidente forse più odiato della storia americana, scelto anche come gadget dal marketing del film. Del resto Jason Blum non ha mai fatto mistero del sottotesto della serie e della sua personale avversione nei confronti di Trump, espressa più volte pubblicamente e attraverso le sue produzioni migliori (a tal proposito potrebbe sfuggire forse a qualcuno l'esplicito riferimento, nella versione doppiata, al “pussy grabber motherfucker” di una scena che in America avrà senz'altro fatto molto ridere il pubblico).

La sorpresa maggiore di un prequel che di razzismo, come Get Out, parla esplicitamente anche se in modo più agghiacciante, in una sorta di riassunto degli orrori della storia americana e mondiale, dal Ku Klux Klan al nazismo, richiamato in alcune delle scene più “belle” e impressionanti del film, è quanto è stato bravo Gerard McMurray a girarlo come se fosse un vero combat film, con l'uso della camera a spalla e una frenesia che rende più partecipi delle molte sequenze d'azione, senza mai abusare degli effetti speciali o degli ormai prevedibili scare jump. Il produttore di Prossima fermata Fruitvale Station al suo esordio dietro la macchina da presa si dimostra un regista migliore di James DeMonaco (autore di tutta la serie), dando corpo ai suoi incubi e ad una realtà che ben conosce (impossibile non pensare a Black Lives Matter nella breve sequenza sul campo da baseball col giocatore di colore circondato da mostruosi poliziotti) e dimostrando di saper gestire ed evidenziare i rimandi al cinema di cui parlavamo sopra e che vi lasciamo il piacere di cogliere, se di quei film siete appassionati (a noi sembra di averne visto anche uno alla sequenza dell'incubo del protagonista di Un lupo mannaro americano a Londra).

Un plauso va anche, ed è giusto citarne il fondamentale contributo, all'efficace montaggio di Jim Page. Non resteranno delusi i fan in attesa di maschere nuove ed originali, che l'espediente delle lenti-telecamera arricchisce in capacità di inquietare. Al di là di alcune facilonerie e ingenuità che riportano la narrazione nell'ambito del fumetto in cui i buoni sopravvivono nelle circostanze più improbabili, La prima notte del giudizio si afferma come il film migliore della serie, grazie anche al contributo dei suoi protagonisti. Se il ruolo un po' superficiale della scienziata che progetta l'esperimento senza secondi fini, Marisa Tomei non ha occasione di brillare, il cast principale è ben scelto e molto convincente.

Non è solo bella Lex Scott Davis, che rappresenta la donna tosta, intelligente a attiva che ben esprime – in tempi di Me Too - l'eguaglianza del contributo femminile e la ribellione a una società che la vuole in posizione subalterna. Bellissimo - anche nel look - è il personaggio del tossico folle e assetato di sangue, Skeletor, che Rotimi Paul (teniamolo d'occhio) interpreta con grande gusto e che offre al film alcuni dei momenti migliori. Ma è soprattutto Y'lan Noel nella parte di D'mitri, lo spacciatore che diventa eroe, a imporsi con la forza di un carisma che è il segno distintivo di una futura star, speriamo non confinata al genere. Ci ha ricordato il Bruce Willis del primo Die Hard per capacità di coinvolgimento dello spettatore, ma con una maggiore intensità espressiva. Al di là delle citazioni, delle suggestioni, della satira e della politica, La prima notte del giudizio è un film vecchio stile in cui si fa il tifo, ci si diverte (non mancano i momenti di pura ironia), ci si immedesima, ci si spaventa e se ne esce soddisfatti, ma con la sensazione che sia meglio guardarsi alle spalle e stare attenti a quel che succede perché, davvero, di questi tempi non si sa mai.

La prima Notte del Giudizio
Il Trailer Ufficiale Italiano del Film - HD
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Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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