La prima luce: la recensione del film di Vincenzo Marra con Riccardo Scamarcio

10 settembre 2015
3.5 di 5
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Come raccontare un padre disperato senza cedere alle scene madri o al finto neorealismo

La prima luce: la recensione del film di Vincenzo Marra con Riccardo Scamarcio

Perdere un figlio è un dolore soffocante e incommensurabile, una lacerazione dell'anima, un insensato scherzo del destino che non provoca nemmeno una risata crudele. Che la perdita coincida con la morte o con una sottrazione a lungo o medio termine, poco importa, perché, per quanto il pensiero ci abbia elevato al di sopra dell'istinto, le piume delle nostre piume (per dirla con Paperino) rimangono il bene più prezioso che possiamo avere e per cui siamo disposti a combattere più selvaggiamente. Mostrava di saperlo Nanni Moretti ne La stanza del figlio e mostravano di saperlo tanti altri dopo e soprattutto prima di lui. Anche Vincenzo Marra ne è consapevole, talmente consapevole che con La prima luce ci ha regalato una storia davvero emozionante e forse il suo film più bello, perché sentito, vivo, ardente, e nello stesso tempo intimo, composto, quieto, rispettoso.

Con un occhio rivolto all'attualità e l'atteggiamento di chi non spia dal buco della serratura ma partecipa della sofferenza altrui, il regista affronta questa volta il tema della tutela dei minori in casi di separazioni transnazionali dal punto di vista di un padre annichilito e ammutolito di fronte alla fuga improvvisa della compagna e del figlio di 8 anni, un ragazzino dolcissimo che adora il suo papà.

Nel farlo, Marra ha la giusta intuizione di non ancorarsi a scene madri o a un neorealismo falsamente povero o al contrario patinato, e se definire il suo film minimalista è impreciso e riduttivo, è da apprezzare sopra ogni cosa il suo tentativo di ridurre le esplosioni emotive, contenendo il dramma familiare entro i confini dell’interiorità dei personaggi o comunque in scontri verbali che non diventano mai zuffe. Chiudendo Marco e Martina in una casa senza personalità, in uffici anonimi e caffè disadorni, l'autore napoletano ne amplifica inoltre la solitudine interiore e crea una claustrofobia che contagia anche l'ambiente esterno in cui si muovono.

Questo soprattutto nella prima parte del film, quella pugliese, poi il regista si sposta nelle Ande, cominciando un altro racconto e virando verso generi cinematografici come il giallo e il thriller: scelta originale, non c'è dubbio, e depistante al punto giusto.

A unire queste due anime narrative è Riccardo Scamarcio, che porta scritta nei suoi occhi chiari ogni singola variazione di tono e linguaggio e che - sempre a un passo dall’implosione – si fa testimone di tutto il vissuto di Marco, uomo senza qualità segnato dalla colpa tipicamente maschile della disattenzione: verso un'idea più solida di rapporto a due e nei confronti di una ragazza straniera che, per amore, ha lasciato il proprio paese.

Per quanto parteggi inevitabilmente per il suo padre "mutilato", La prima luce ha il pregio di non elevarlo mai a eroe e a martire, insieme all'intelligenza di tentare di comprendere le ragioni di una donna che non è solamente madre, ma un essere umano privato delle proprie radici e galleggiante in acque agitate dalla crisi economica e da un'inquietudine profonda. E' sottile Marra nell’analisi di questo sentimento nero e di quel senso di soffocamento che la parte più debole e silenziosa di una coppia sente crescere dentro di sé giorno dopo giorno, una lenta morte dell’anima causata dall'eccesso di carisma dell'altro o più facilmente da un'indolenza distruttiva sorella di indifferenza e noia.
Sono temi su cui fa sempre bene riflettere, se poi le riflessioni si intrecciano a una storia credibile e a scelte registiche inconsuete e fuori dal coro, allora tanto di cappello.





  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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