La pelle che abito - la recensione del film di Almodovar

19 maggio 2011
2.5 di 5

Come era stato anticipato, La pelle che abito è sicuramente un film che segna una discontinuità rispetto al cinema di Pedro Almodovar come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi

La pelle che abito - la recensione del film di Almodovar

La pelle che abito - la recensione del film di Almodovar


Come era stato anticipato, La pelle che abito è sicuramente un film che segna una discontinuità rispetto al cinema di Pedro Almodovar come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi.
Oppure no?

Certo, per la prima volta in carriera, il regista spagnolo si cimenta col thriller e l'horror: un orrore cronenberghiano, volendo, fatto di ossessioni medico-sentimentali, chirurghi psicopatici, stupri e relative vendette. E altro, che non citiamo per non minare la visione del film. E certo, per la prima volta in carriera Almodovar rinuncia quasi del tutto a quell'impianto formale ultrapop che l'ha reso celebre in tutto il mondo. Ma se queste impressioni superficiali non si possono negare e vanno anzi sottolineate, lo stesso va fatto con il fatto che La pelle che abito presenta fortissimi elementi di continuità con le opere che l'hanno preceduto.

Formalmente, La pelle che abito è una diversa declinazione dell'eleganza fluida che t'aspetti dal suo regista. E l'abito nuovo di Almodovar è comunque disseminato di sfumature e dettagli che tradiscono in maniera quasi inequivocabile la firma del suo autore.
Lo stesso vale per le tematiche e il contenuto di un film che tratta di questioni (trans)genetiche, di genere, identitarie, familiari. Proseguendo con toni e modi diversi un cammino che è stato iniziato da tempo.

Si può dire che La pelle che abito rappresenti per il cinema di Pedro Almodovar quella stessa mutazione (di forma, di aspetto, ma non d'identità e di sostanza, che non stravolge un DNA) che racconta nella sua storia. Ma pur partendo da premesse volontarie e non forzate, il risultato non è all'altezza delle ambizioni dell'autore.
Evidentemente ansioso di mantenere alto il vessillo delle sua capacità, Almodovar cura in maniera esagerata l'aspetto del film e cerca di inserirvi elementi di grottesco, sbagliando le dosi.

Ed ecco che allora la nuova creatura almodovariana avrà anche il bell'aspetto della sua protagonista in carne ed ossa, ma pare ammantare lo spettatore di quella pelle transgenetica iposensibile cui lavora il suo personalissimo dottor Frankenstein, impedendo un vero contatto empatico, risultando incapace di comunicare con efficacia il perturbante presente nella trama, di emozionare intellettualmente o visceralmente. E il film appare anche troppo pomposo e sfacciato in certe ostentazioni verbali e visive per non far pensare che molto dell'alleggerimento bizzarro che pare proporre, sia in realtà del ridicolo (in)volontario.



La pelle che abito
Il trailer italiano del film di Pedro Almodovar


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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