La parrucchiera - recensione del film di Stefano Incerti

04 aprile 2017
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Tra commedia, dramma e musical, ma anche nessuna di questa cose, un film che ci porta in una Napoli colorata, accogliente e multiculturale, dove le donne sono la vera forza.

La parrucchiera - recensione del film di Stefano Incerti

Per levarci subito il pensiero, diciamo che al definitivo e troppo generico La parrucchiera, preferivamo il titolo scelto da Stefano Incerti, Testa e tempesta, come il negozio delle sue tre eroine. Doveste cercare in rete notizie in proposito, a meno che non siate molto specifici e precisi sull’oggetto della vostra ricerca, troverete di tutto, da titoli di libri a – ovviamente - titolari di esercizi di trucco e parrucco, prima di arrivare al dunque. Ma un libro non si giudica dalla copertina né un film dal titolo (e a parer nostro neanche dal trailer), ma solo da quello che racconta e dallo stile che sceglie per farlo. E allora diremo che l’ottavo lungometraggio di Incerti, nato artisticamente negli anni Novanta dalla - speriamo non irripetibile - stagione del rinascimento napoletano, che ha portato al cinema autori come Mario Martone, Pappi Corsicato, Antonio Capuano e Paolo Sorrentino, vince la sua scommessa di voler essere un film atipico, anomalo e inatteso, di difficile classificazione.

Né commedia né musical, anche se divertente e pieno di canzoni, né sceneggiata né dramma realistico, nonostante non gli manchino elementi di entrambi, La parrucchiera sfugge volutamente a ogni incasellamento, ribelle come la Napoli che cerca di evocare e che non è riducibile a una sola delle sue componenti. Autore dichiaratamente cinefilo, Incerti non si sottrae agli ovvi paragoni con Almodovar o con lo stesso Corsicato, mettendo in scena tre donne e un transessuale che dominano sia la drammaturgia che i maschi coinvolti nella vicenda.

La storia, molto semplice, prende spunto da un fatto vero e vede al centro la bella parrucchiera Rosa, che lavora da sempre nel negozio di una coppia, Patrizia e Lello. Dopo un tentativo di violenza di lui, esasperata, decide di andarsene, rompendo con la datrice di lavoro e sua vecchia amica, che prende le parti del marito. Madre single con un figlio, assieme a due amiche, l’esuberante Micaela e la trans Carla e con l’aiuto del suo ex mai dimenticato Salvatore, Rosa decide di aprire una sua attività. Osteggiata da Patrizia e dal suo protetto Kevin, un ex bambino prodigio frustrato e invidioso, indebitata con una usuraia e in crisi di idee, si ritrova a offrire tagli gratis contro la crisi, suscitando l’interessa di una televisione locale. Mentre si riavvicina a Salvatore e le cose sembrano mettersi per il meglio, tutto cambia.

Quello che più ci ha colpito e che abbiamo preferito nel film è questa immagine femminile che diventa anche quella della città di Napoli, forse il luogo più accogliente e multiculturale d’Italia. Le protagoniste, tutte, sono donne senza pregiudizi, costrette a fare i conti con una realtà difficile ma aperte e solidali con chiunque abbia voglia di rimboccarsi le maniche e mettersi in gioco, ironiche e nevrotiche, dispettose e passionali, in una parola multicolori. Il regista non nasconde il suo fastidio e la sua voglia di sconfiggere un’immagine della città che viene spesso accettata come l’unica possibile, tanto da mettere perfino in bocca alla protagonista Pina Turco – che in Gomorra era la sventurata moglie di Ciro l’immortale – una battuta stizzita su quella rappresentazione. Perché Napoli è tante cose, un coacervo di suoni, esperienze e colori e tutto questo Incerti lo mette efficacemente nel film.

Di sicuro la visione di La parrucchiera restituisce l’immagine di una città in cerca di riscatto e forse sull'orlo di una rinascita culturale, possibile grazie agli straordinari attori e tecnici nati in questa città e qua rappresentati al meglio da Pina Turco, Cristina Donadio (straordinaria attrice teatrale e altro volto di Gomorra), Lucianna Falco, Stefania Zambrano, Massimiliano Gallo e Tony Tammaro, valorizzati dalla bellissima fotografia in simil Technicolor di Cesare Accetta, dai costumi di Annalisa Ciaramella e dalle musiche di un variegato gruppo di artisti, dai Foja a Rakele al miglior rap napoletano (un soundtrack davvero ottimo).

Narrativamente generoso, il film finisce per dover seguire troppi spunti e personaggi -  l'infelicità amorosa di Carla, la pittoresca e tarantiniana figura dell'usuraia, la critica della tv, madre di un effimero divismo di cui sono vittime tanti signor nessuno - lasciando qualche sottotrama non del tutto a fuoco. Si tratta comunque di un tentativo sincero e coraggioso di andare oltre il pregiudizio e la noia delle forme codificate, che ci invita a una riflessione non da poco: in un mondo così difficile, soprattutto per le donne, la solidarietà, la collaborazione e l’accoglienza sono forse l’unica chiave per dare colore alla vita, cambiando il grigio (ma non immutabile) stato delle cose.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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