La notte del giudizio: Election Year - recensione del terzo episodio della saga di Purge

14 luglio 2016
3.5 di 5
5

Meno suspense ma più satira e azione, nel terzo, riuscito capitolo del franchise creato da James DeMonaco per la Blumhouse.

La notte del giudizio: Election Year - recensione del terzo episodio della saga di Purge

È di nuovo quel periodo dell'anno in cui la sirena suona lugubre e minacciosa e chi può si barrica in casa, blindata come il caveau di una banca, per sfuggire al massacro dello Sfogo. Il terzo film della serie di Purge (peccato che nella traduzione si perda il senso originale di purificazione) conferma l'eccellenza di questo franchise nel parco mostri della Blumhouse, sfruttando in modo intelligente e ancora una volta diverso un'idea originale. Dopo aver introdotto il soggetto nel primo film tre anni fa, declinato secondo il sottogenere horror dell'home invasion, e aver portato l'azione in strada, nel sequel del 2014, introducendo Frank Grillo nel ruolo dell'ex poliziotto in cerca di vendetta, redento e devoto alla causa dei nemici dello Sfogo, James DeMonaco - che della serie resta creatore e regista unico - amplia il contesto, facendo della notte dell'anno in cui ogni crimine è lecito il cardine del confronto elettorale tra due candidati a Presidente, un viscido Pastore sostenuto dai Nuovi Padri Fondatori e una senatrice (Elizabeth Mitchell, nota attrice tv che molti ricorderanno ancora in Lost), unica sopravvissuta al massacro della sua famiglia nello sfogo di diciotto anni prima.

L'ex sergente è adesso capo della sicurezza della candidata, che lo schieramento nemico vuole far fuori in grande stile durante il prossimo Sfogo. A tal fine ha ingaggiato una milizia neonazista super tecnologica perché la rapisca mentre si appresta a trascorrere le 12 ore più lunghe dell'anno in casa, come il resto della popolazione. Inutile dire che il bersaglio si ritroverà ben presto in fuga assieme alla sua efficientissima guardia del corpo, ad alcuni privati cittadini e a un gruppo di ribelli organizzati che progettano un attentato clamoroso.

È più action che horror questo terzo episodio, con un ritmo più sostenuto, nuovi personaggi particolarmente riusciti e una serie di scene inventive e memorabili. Si indugia meno sul sangue e sulla carneficina, colti per lo più attraverso gli occhi dei protagonisti mentre attraversano la città, come una serie di agghiaccianti tableaux da Grand Guignol: prede ancora vive legate come cervi sul cofano di una macchina, una ghigliottina in un vicolo, il Lincoln Memorial deturpato, i turisti dello Sfogo (un'altra bella trovata) provenienti da tutto il mondo e particolarmente desiderosi di purificarsi.

Fantasiosi come al solito i costumi e gli oggetti di scena: se esistesse una competizione apposita, la serie di Purge stravincerebbe nella categoria dedicata alle maschere: in questo terzo capitolo spiccano, migliorate, quelle con le fattezze dei presidenti e dei simboli della democrazia americana, ma tra le più riuscite ci sono quelle indossate dalle teenager che escono da un'auto interamente ricoperta da lucine natalizie e imbracciano armi decorate con diamanti come quelle dei boss del narcotraffico. Nelle recensioni in genere non lo si fa mai, ma qua vogliamo attribuire i giusti meriti ai vari reparti e dunque citiamo con piacere i responsabili della riuscita visiva del film: Elizabeth Vastola ai costumi, Joe Rossi e la sua squadra al make-up, Sharon Lomofsky alle scenografie e naturalmente Jacques Jouffret alla bella (e chiara) fotografia notturna.

Il bello di un film come La notte del giudizio: Election Year è che non dà tempo di pensare a tutti i particolari della storia che possono non tornare, ma coinvolge lo spettatore in un'avventura a cui partecipa come faceva un tempo coi film di Roger Corman o con capolavori a basso budget come come Essi vivono di John Carpenter. C'è di tutto, in questo terzo capitolo: lo scontro elettorale che riecheggia quello attuale tra il grottesco e razzista Donald Trump e la saggia Hillary Clinton, il ruolo (e la rabbia) dei neri nella società americana, la banale ma tragica verità che qualsiasi espediente pensato per migliorare la società va sempre a vantaggio dei ricchi e a disgrazia dei poveri, dei disagiati, di tutti quelli che non contano niente e che i politici incantano con promesse ingannevoli.

Sono i volti dietro le maschere quelli che fanno più paura, e su questo La notte del giudizio: Election Year calca la mano, non risparmiando nessuno, Chiesa organizzata inclusa. Tutto questo, però, non prende mai il predominio sul divertimento, sullo spettacolo e sul godimento dello spettatore, grazie anche all'ironia disseminata nei 103 minuti di durata del film e alla performance di un attore di indiscussa bravura come il veterano Mykelti Williamson nel ruolo del negoziante Joe, che senza gigioneggiare ruba la scena all'eroe deputato della storia. A giudicare dal discreto successo al box office di questo terzo film e da qualche indizio prima dei titoli di coda, la saga continuerà. A noi basta che lo faccia con la stessa passione, freschezza e spirito artigianale dei primi tre capitoli, nel qual caso James DeMonaco può contarci fin da ora tra i futuri e partecipi spettatori.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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