La nostra terra: recensione della commedia agricola con Stefano Accorsi e Sergio Rubini

15 settembre 2014
3.5 di 5
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Giulio Manfredonia racconta un sud non da cartolina attraverso le vicende di una cooperativa agricola.

La nostra terra: recensione della commedia agricola con Stefano Accorsi e Sergio Rubini

Fra le criminalità organizzate cool delle serie Gomorra e Romanzo Criminale e l'implacabile e oscura 'Ndrangheta del rigoroso Anime Nere si va a inserire, in una forma di racconto più lieve, una piccola storia di antimafia combattuta a colpi di pomodori, melanzane e vino fatto in casa.
A narrarla, prendendo spunto dall'esperienza di Libera e di altre comunità agricole che coltivano terreni confiscati a Cosa Nostra, è Giulio Manfredonia, che una volta abbandonata la mala politica di Cetto La Qualunque e della sua banda di disonesti, oppone all'incultura dell'omertà e della sottomissione la (contro)cultura della legalità e delle regole.

Come Si può fare, da cui eredita il cosceneggiatore Fabio Bonifacci e l'idea di una cooperativa, La nostra terra sceglie di non devolvere la sua carica e il suo appeal a un unico protagonista interpretato da un grande istrione. Piuttosto, beneficia delle dinamiche che si creano all'interno di un gruppo eterogeneo, prima fra tutte la differente mentalità fra l'ordinato e spesso indifferente nord, rappresentato dall'integerrimo e nevrotico funzionario di Stefano Accorsi, e un sud che non è né bianco né nero ma grigio, perché attraversato ora da coni d'ombra generati da atavici codici di comportamento, ora dalla luce di un'imprevista ribellione.

Migliore, per questa sua onestà di fondo, di altre rappresentazioni dell'italico meridione, il film è però sbilanciato, almeno per tutta la prima ora, dalla parte dei buoni, probabilmente perché l'intento del regista è una reazione al disfattismo di chi (a ragione) guarda al nostro paese come il Valhalla dei furbetti e degli evasori.
Tuttavia l'effetto è quello di una leziosità di fondo, aggravata dal facile superamento delle diversità sociali e sessuali interne alla comunità di neo-agricoltori.

Poi però arrivano i mafiosi, si capisce che quasi niente è come sembra e La nostra terra acquista spessore.
Nel racconto, grazie a un boss che non somiglia a Totò Riina ma a un gentiluomo d'altri tempi, e anche per via di un cambiamento che si verifica nel fattore Cosimo impersonato da Sergio Rubini, si vengono così a insinuare un'ambiguità e un'inquietudine che lo rendono più verosimile e sfaccettato.

De La nostra Terra ci sono piaciuti molto i due protagonisti. In uno Rubini ha messo il suo rapporto viscerale con la terra e la “terra di Puglia”. Nell'altro, Accorsi ha trovato una vis comica che aggiunge una nuova freccia al suo arco.
Nessuna meraviglia: sappiamo bene quanta cura metta Manfredonia nel dirigere i suoi attori e quali risultati possa ottenere da loro.

Abbiamo seguito questo regista fin dal suo esordio Se fossi in te, apprezzando molto il suo remake di Ricomincio da capo.
Al realismo cauto di questa sua ultima prova, preferiamo senz'altro la sua vena più grottesca e le sue incursioni nel surreale.

 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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