La moglie del cuoco: recensione della commedia francese culinaria ma non troppo

13 ottobre 2014
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Le istruzioni per l'uso, secondo Anne Le Ny, del tempo delle seconde possibilità.

La moglie del cuoco: recensione della commedia francese culinaria ma non troppo

E' una commedia intelligente e garbata La moglie del cuoco, meno francese di quanto si possa pensare, se i primi aggettivi che ci vengono in mente a proposito del cinema d'Oltralpe sono “verboso” e intellettualmente snob.

Pur collocandosi, infatti, in un milieu non certo disagiato – almeno per quanto riguarda la provenienza delle due protagoniste, la terza regia di Anne Le Ny non è una storia di (e per) donne annoiate che si stordiscono di chiacchiere.
Certamente non è una pochade, nonostante il leitmotiv del triangolo amoroso, perché l'umorismo che accompagna l'incontro-scontro fra la consulente del lavoro Marithé e l'insoddisfatta ricca signora Carole scolora spesso in un'appena percettibile nouance di malinconia.
Infine, sebbene sfrutti l'appeal modaiolo di chef, cucine in stile gioiellerie e piatti raffinatissimi, La moglie del cuoco non è una maliziosa operazione fatta a tavolino e non spinge nemmeno a un'apologia cool e stilosa del gentil sesso, perché invece di parlare di una confortante amicizia fra donne, smonta il cliché della solidarietà femminile presentandoci due personaggi individualisti e scorretti.

Bisogna ammetterlo, pur con i tempi e l'estetica di un gioioso balletto visivo dei sentimenti, l'esordio nella commedia sentimentale della Yvonne di Quasi amici è molto più sottile di tanti film d'autore che ci piace chiamare leggeri e che troviamo nelle sale d'essai, e questo perché, contrariamente alle tanto osannate farse a grana grossa con Dany Boon & Co., perfino nei momenti più ridanciani rispecchia l'intermittente tristezza di una fase di passaggio dell'esistenza, di un'età nella quale si pagano le conseguenze di scelte sbagliate o semplicemente affrettate.

“Benvenuti nel tempo della solitudine e dell'angoscia di restare senza punti di riferimento” - ci direbbe la Le Ny se il film fosse una tragedia greca e a lei spettasse la parte del coro. “Benvenuti nella rassegnazione di chi, a forza subire il carisma di un compagno dalla personalità debordante, vede spuntare sulla propria pelle eczemi e bolle, benvenuti nel disagio di quanti hanno dato troppi consigli agli altri perdendo di vista la propria vita e benvenuti, soprattutto, fra le maschere che ognuno di noi deve indossare a seconda dell'interlocutore di turno”.

Ecco, de La moglie del cuoco va riconosciuta più di ogni altra cosa la precisione con cui descrive la grande crisi di identità dell'uomo contemporaneo, cogliendo le incertezze di quello che i filmoni hollywoodiani chiamano “il tempo delle seconde possibilità”. Nel film le opportunità per ripartire da zero ci sono, ma perfino fra le gag più dichiaratamente leggere, si insinua il dubbio che le chance per essere di nuovo felici e appagati possano non presentarsi mai.

Laddove invece Anne Le Ny non convince è nelle sue concessioni al genere commedia sociale. L'ansia di evitare un certo impegno “alla Dardenne” e di non sconcertare il pubblico bon chic bon genre porta la regista a un'eccessiva semplificazione e alla riduzione a macchiette dei personaggi secondari. Peccato...

La moglie del cuoco è tante cose insieme: il momento migliore per abbracciarle tutte è una domenica pomeriggio d'autunno, quando il pensiero del lunedì rende un po' inquieti.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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