La madre - la recensione dell'horror con Jessica Chastain

21 marzo 2013
2.5 di 5
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Con tenacia da roccioso mediano, più che da talentuoso fantasista, l’esordiente Andy Muschietti non se la cava male per quasi tutta la prima parte del suo film.

La madre - la recensione dell'horror con Jessica Chastain

Il campo da gioco è quello dell’horror più mainstream, quindi le regole son rigide e ben note. Difficile quindi pensare che La madre potesse proporre schemi spettacolari e sorprendenti, né tantomeno innovativi.
C’è da dire, però, che con tenacia da roccioso mediano, più che da talentuoso fantasista, l’esordiente Andy Muschietti non se la cava male per quasi tutta la prima parte del suo film.
Fatte salve le scontate patinature connaturate al dna di chi ha un importante curriculum pubblicitario alle spalle, La madre inizia e procede riuscendo a intrattenere, generare una qualche tensione e regalare un paio di salti sulla poltrona ben assestati.

Certo, c’è da dire che il tutto è frutto dei gimmicks più scontati, e che comunque quando si gioca sull’ambiguità inquietante dei bambini e addirittura sull’esplicitazione del loro lato più selvaggio e ferino, le cose non son poi così difficili.
Poi, il metaforone psicanalitico su una protagonista eterna adolescente costretta all’imborghesimento con l’arrivo di una prole, i simbolismi legati ad abitazione e abbigliamento, la scontatezza con cui la trasformazione da rocker a figura materna affettusa viene effettuata, non sono esattamente punti di pregio.
Però va ammesso che, fino ad un certo, punto Muschietti non fa meglio ma nemmeno peggio di tanti epigoni contemporanei.

Fino ad un certo punto.
Il punto oltre il quale l’architettura complessiva de La madre inizia a crollare, e la tensione dello spetattore inizia a mutare progressivamente in fastidio e disinteresse, coincide con il momento in cui l’esordiente regista lascia le chiavi e i destini del suo film nelle mani di Guillermo del Toro, che dell'operazione è più che semplice produttore: lasciando quindi che La madre si trasformi nell’ennesimo fantasy gotico infarcito d’inutili effetti digitali che, nel contesto quasi sdolcinato in cui si calano, risultano al limiti del risibile.

Non diversamente quindi da quanto avveniva in altri film prodotti dal messicano, come il recente Non aver paura del buio, o addirittura dalle sue stesse regie, basti pesare al Labirinto del fauno, anche in La madre si replica un pattern assai discutibile: invece di abbracciare le asperità della storia che si racconta, di sporcarsi un po’ le mani, come ogni buon horror dovrebbe fare, il film smussa e s’ammanta di melanconica comprensione per il mostro e per familistica empatia per i protagonisti.
Mira, insomma, ad una borghesizzazione della narrazione, alla ricomposizione di conflitti, psicologie e nuclei laddove, un vero horror, dovrebbe generare inquietudine, spaesamento, perturbazione.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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