La luce sugli oceani: recensione del film con Alicia Vikander e Michael Fassbender

01 settembre 2016
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Il nuovo film di Derek Cianfrance presentato in concorso al Festival di Venezia 2016.

La luce sugli oceani: recensione del film con Alicia Vikander e Michael Fassbender

Essendo incline alla solitudine e all'isolazionismo, e amando molto certi scenari, posso capire perfettamente la scelta del Tom di Michael Fassbender, reduce dalle atrocità della Prima Guerra Mondiale che fugge dal mondo accettando di diventare il guardiano del faro di una sperduta e deserta isoletta in mezzo all'oceano. Sebbene, magari, mi sarei evitato le costanti pose da quadro di Friedrich. Non essendo, poi, immune al fascino femminile, posso capire che Tom metta rapidamente da parte i piani eremitici per cedere alle lusinghe della Isabel di Alicia Vikander, giovane residente nel più vicino centro abitato, a diverse ore di navigazione dal suo faro, che inizia a flirtare con lui dal minuto uno del loro primo incontro. Con uno sforzo immaginativo, posso infine comprendere (anche se non giustificare) le scelte estreme di una donna ferita da due gravidanze interrotte e nel suo sogno d'amore e di famiglia: quelle di tenere con sé il neonato che una barca alla deriva fa approdare sulla spiaggia antistante il faro.
Quello che faccio più fatica a comprendere, è la necessità di un melodrammone fuori tempo massimo come La luce sugli oceani, e le scelte del regista Derek Cianfrance.

Quello di Cianfrance è un film che non ha nulla da invidiare - in termini di retorica sentimentale e drammatica - a uno qualsiasi della buonanima di Anthony Minghella, che ha oramai sedimentato sotto patine laccate ed estetizzanti la forma degli esordi di Blue Valentine, che non si risparmia schematismi psicologici un po' facili per tratteggiare personaggi e situazioni: specialmente quando Tom e Isabel dovranno fare i conti con la loro coscienza e col dolore che hanno provocato per via della loro scelta, privando un'altra madre di una figlia creduta morta.
Ai primi e primissimi piani dei suoi attori, nel 90% dei casi caratterizzati da sguardi acquosi, pensosi, commossi o addolorati, Cianfrance alterna generose manciate di spettacolari scenari naturali, forte dell'impatto visivo delle splendide coste australiane e neozelandesi dove ha girato, e dietro le quali si nasconde un po'.
Alle crisi di coscienza di Fassbender, gli egoismi un po' isterici della Vikander, e quelli più abbandonati di Rachel Weisz, contrappone una retorica del sacrificio e del perdono fin troppo facile e catechistica.

Voleva osare andando in controtempo, forse, il regista. Osare con un cinema da e per signora dal fazzoletto facile. Più di qualsiasi altra cosa, ha osato, con 133 minuti di durata, abusare della pazienza dei suoi spettatori.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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