La legge del terremoto - la recensione del docufilm di Alessandro Preziosi

20 ottobre 2020
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Tra gli eventi della Festa del cinema di Roma anche il documentario La legge del terremoto, opera prima di Alessandro Preziosi, che parla con un linguaggio misto di varie tecniche dei cataclismi che hanno colpito l'Italia dal 1968 in poi.

La legge del terremoto - la recensione del docufilm di Alessandro Preziosi

La maggior parte di noi, per sua fortuna, ha sentito la terra tremare solo occasionalmente e per breve tempo. Eppure ricorda benissimo la sensazione di tempo sospeso e l'inquietante consapevolezza che il letto si è veramente mosso, il lampadario si agita ancora e i quadri si sono spostati. Se ci si sveglia di notte riprendere sonno è difficile, perché il terremoto è uno di quei fenomeni naturali di fronte ai quali siamo assolutamente impotenti, moscerini sulle spalle di un gigante che può decidere all'improvviso di scrollarseli di dosso. Chi ha subìto l’improvviso e violento risveglio della natura piange i troppi che non ce l'hanno fatta, i paesi spariti in un attimo, i monumenti rasi al suolo, le opere d'arte sbriciolate, mentre nello shock e nel silenzio che seguono al ruggito della terra arrivano i soccorsi in cerca delle vittime sepolte vive. Terremoto può significare anche sradicamento, emigrazione forzata, perdita di radici, ricostruzione e speculazione. I sopravvissuti del cataclisma restano toccati nel profondo da quell'esperienza, costretti in qualche caso a cambiare residenza e vita. Si considera tale l'attore Alessandro Preziosi, che inizia il suo film ricordando quando a 7 anni il sisma che colpì l’Irpinia devastò nel 1980 un'ampia area tra Campania e Basilicata. Per questo ha scelto di debuttare alla regia con il documentario La legge del terremoto.

Preziosi confeziona un docufilm molto curato e dai diversi volti, dove, alla spietata verità dei filmati d’epoca e ad alcune toccanti testimonianze, si alternano sequenze di animazione e una traccia di finzione diegetica che si rivela solo alla fine. L’unico difetto imputabile a quest’interessante opera prima che racconta anche aspetti poco noti delle catastrofi naturali che hanno periodicamente investito il nostro Paese, è l’ansia di mettere proprio tutto nell’ora e venti di durata, estendendo il discorso anche ad altre sciagure (le alluvioni, le frane), accennando alla rinascita e alla ricostruzione di alcune zone e soffermandosi su alcune esperienze in digressioni non sempre necessarie. Ma anche attraverso la forma scelta, non sempre coesa, emerge nitidamente tutto il traumatico vissuto di un Paese disseminato di zone sismiche e che si trova a intervalli regolari alle prese coi mostri nascosti sotto terra.

Interessante è soprattutto la parte posta al centro della narrazione, ovvero quella dedicata al terribile sisma che nel 1968 distrusse in Sicilia la valle del Belìce - a cui i reportage tv cambiarono l'accento in Bélice - e alla ricostruzione utopistica di Gibellina a pochi chilometri dalla città distrutta ad opera di architetti visionari che non tennero conto delle persone che in quegli spazi avveniristici e futuristici avrebbero dovuto abitare. Colpiscono ancora moltissimo le immagini del Cretto di Burri costruito sopra il vecchio sito, necropoli moderna che copre le macerie mantenendo la memoria delle strade del borgo. Il tema che emerge forte, anche attraverso le parole di Cervantes e di Manzoni evocati da Preziosi in alcuni passaggi, è quello del trauma, dell’abbandono ma anche della rinascita, di come sia possibile ostinarsi a ricostruire la vita dopo aver perso le certezze, i luoghi e le opere d’arte che in alcuni casi restano solo nelle vecchie foto e nei ricordi di chi c’era.

Tra tutte le testimonianze, spesso molto forti, oltre alle splendide parole e ai ricordi dello scrittore Erri De Luca e ai commenti di Vittorio Sgarbi, per una volta finalmente in veste di pacato critico d’arte, resta impressa soprattutto quella di Ivo Soncini, l’allora giovanissimo vigile del fuoco che sottrasse alle macerie della sua casa nel 1968 una bambina, Eleonora Di Girolamo, che a soli 6 anni coi suoi grandi occhi neri diventò il simbolo di una tragedia nazionale. Il film di Alessandro Preziosi, anche se a tratti risulta frammentario come la sua materia, riesce a far arrivare allo spettatore il contrapporsi di due forze diseguali, una lotta di David contro Golia in cui sembra spuntarla, almeno provvisoriamente, l’incredibile resistenza e ostinazione dei piccoli esseri umani nel ricostruire e ricominciare.

Ma emerge anche la necessità - di cui si parla ad ogni nuova tragedia e che viene spesso rimandata o accantonata per altre urgenze, quando non impedita da corruzione e sete di guadagno - di mettere in sicurezza gli edifici di un Paese che solo tre anni fa ha visto i comuni del Centro Italia di nuovo colpiti da quello che è un fenomeno endemico del nostro territorio. Ed è bene ricordare, come si fa nel film, che dopo Messina, il Belice, il Friuli, l’Irpinia, l’Abruzzo, l’Umbria e tutte le regioni e le popolazioni che in epoca moderna sono state funestate da terremoti devastanti, che è questa la grande opera di cui ha bisogno urgentemente l’Italia, piuttosto che del Ponte sullo Stretto di Messina, di cui si parla da assai prima dell'Unità e che riaffiora periodicamente, ricorrente tormentone, quando si avvicinano le elezioni. 



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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