La gente che sta bene - recensione della commedia con Claudio Bisio

14 gennaio 2014
2.5 di 5

Ispirandosi alle serie tv americane, il regista gira un film di personaggi e di molte parole

La gente che sta bene - recensione della commedia con Claudio Bisio

Quando si ha alle spalle la magnifica eredità di Ettore Scola e Mario Monicelli - con le loro gallerie di uomini meschini, affreschi non ideologici e risate ciniche, fare commedie amare significa rischiare il tutto per tutto. Con La gente che sta bene, però, Francesco Patierno tenta di superare la lezione dei grandi padri affiancando al continuo cambio di registro un cinema di personaggi che prende ispirazione dalle grandi serie televisive americane.

Arrivato al suo quarto lungometraggio, il regista guarda a The Office, Californication e soprattutto a Dexter, mettendo a disposizione dei suoi protagonisti dialoghi e monologhi piuttosto lunghi che possano spiegarne comportamenti, contraddizioni, reconditi segreti.
Ma, lungi dal voler lanciare un messaggio attraverso una storia con una morale ingombrante, Patierno racconta la tragedia del suo uomo ridicolo anche per dire che, in tempi in cui la gente che sta bene è quella che fa star male gli altri, il centro propulsore di energia positiva è la donna, una creatura che dietro la propria apparente remissività nasconde una forte autoconsapevolezza e un animo pacificato che la mette costantemente “in ascolto”.

In questo senso risulta perfettamente indovinata la scelta di Margherita Buy, che dimostra coraggio e intelligenza nell'accettare un ruolo che le ha imposto di giocare di rimessa.
Quanto a Claudio Bisio, il suo Umberto Maria Dorloni ci piace più del Candide presidente per caso di Benvenuto Presidente!, perché nella sua vigliacca cattiveria riconosciamo il narcisismo di una classe dirigente arraffona e traffichina. Ogni tanto, però, perdiamo di vista il personaggio, tra fiumi di parole che non sempre lo mettono a fuoco e delitti senza castigo che fatichiamo a giustificare, anche se così va il mondo.

De La gente che sta bene ci piacciono di più le pennellate di malvagità pura, ci piace la luce quasi livida che proietta sul suo losco microcosmo l'uomo di potere  Patrizio Azzesi, che Diego Abatantuono rende quasi più bastardo del villain interpretato in Io non ho paura. E' il suo sguardo luciferino che resta impresso, e che arriva da un paio di profondi occhi azzurri che invece di esprimere tenerezza, producono inquietudine, angoscia, ambiguità.

Anche il film di Francesco Patierno ha gli occhi azzurri, perché c'è una dolcezza di fondo nel suo modo di raccontare. Forse si adattava meglio all'altalena fra reale e surreale di Cose dell'altro mondo, che pur essendo una favola riusciva comunque a dare qualche zampata.
Qui l'argomento è più complesso e anche se il regista ha seguito la regola di Billy Wilder secondo la quale bisogna sempre alternare una lacrima a un sorriso, magari poteva sporcarsi un po' di più le mani.
Già, perché il marcio, di sicuro, non sta solamente in Danimarca...



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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