La felicità è un sistema complesso: recensione del film di Gianni Zanasi con Valerio Mastandrea

22 novembre 2015
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Nuova collaborazione della coppia di Non pensarci.

La felicità è un sistema complesso: recensione del film di Gianni Zanasi con Valerio Mastandrea

L’etica del mondo del lavoro inquinata nel suo rapporto con il capitale. In fondo in superficie il nuovo film di Gianni Zanasi affronta le stesse dinamiche del suo precedente Non pensarci. Ne ripropone anche la maggior parte del cast, su tutti un troneggiante Valerio Mastandrea, con la sua maschera ironica e claudicante, sospesa fra irrisione e slanci di umana condivisione. Questa volta però, fin dal titolo, le intenzioni sono quelle di ampliare il discorso, senza paura di affrontare di petto il concetto stesso di felicità. In un’epoca cinica che ha partorito il termine buonismo per renderlo il male da evitare, Zanasi racconta di un uomo che vuole cambiare il suo (piccolo) mondo, con un’ingenuità disarmante, pur dovendo ingoiare parecchi rospi qua e là. Poco importa se lo fa per difendersi dalle sue fragilità, per non affrontare il rapporto irrisolto con un padre in fuga.

La fuga e il cambiamento per troppo tempo hanno coinciso nella vita di Enrico Giusti, che di fronte alla purezza della gioventù, ancora non contaminata dal cieco profitto del capitale in cerca di delocalizzazione, inizierà a porsi le domande giuste. Infatti, quasi per il calore di un porto familiare, Zanasi torna a raccontare del mondo del lavoro, il rispetto dell’essere umano posto di fronte alla sua mancanza; non è più (solo) la spersonalizzazione il problema. Una realtà ormai priva del contatto anche visivo, di un proprietario e un lavoratore che si guardano negli occhi. Non che Zanasi brilli nel suo cercare delle soluzioni a questi smarrimenti, sono anzi momenti in cui diventa schematico e propone scorciatoie facili. Del resto La felicità è un sistema complesso avrebbe potuto e dovuto solo porle queste domande, finendo spesso senza fiato, stufo delle parole, abbandonando la razionalità di un pensiero articolato per lasciare spazio allo smarrimento emotivo di una canzone in pieno cuore.

Sgangherato e alla deriva, il film di Zanasi lo è spesso, dopo un inizio molto brillante. È pronto a farsi scudo dell’ironia e dell’istinto musicale quando i fili del discorso narrativo si slabrano, perché coincide con il protagonista stesso, è impossibile immaginarlo al di fuori di Valerio Mastandrea/Enrico Giusti. Prendere o lasciare, basta non pensarci troppo e credere all’improbabile sponda emotiva rappresentata dalla giovanissima fidanzata israeliana del fratello minore di Enrico, che l’ha mollata fingendo una fuga in Chiapas. Già, ancora una fuga, e ancora l’eco di un impegno politico fallito e ormai inutile. In questo La felicità è un sistema complesso supera i cliché stanchi della sinistra col singhiozzo ideologico per proporre nella voglia di ascoltare l’altro, di abbracciarlo anche, il punto di partenza per trovarsi meno a disagio con se stessi e nel mondo. L'uomo sociale è un animale in grado di amare.

Formalmente è molto ambizioso, con la musica che sempre di più diventa protagonista, andando al di là della sua funzione diegetica nella vita dei protagonisti, contrappunto emotivo indispensabile, un coro greco delle fragilità di Enrico che, proprio attraverso la chiave della musica, viene introdotto nel mondo dei giovani che gli cambieranno la vita. Non solo l’assistente per caso Avinoam - la brava Hadas Yaron -, ma anche la coppia di ragazzi che dopo la morte dei genitori si trovano eredi di un importante gruppo industriale. Difficile ignorare i difetti del film di Gianni Zanasi, ma è altrettanto difficile non voler bene ai suoi protagonisti e ricordare dopo la visione soprattutto i seducenti sconquassi emozionali di un film che regala abbracci e l’infantile senso di libertà di un bagno in piscina vestiti.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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