La famiglia Willoughby: recensione del film d'animazione Netflix Original

30 aprile 2020
3 di 5

Una storia dichiaratamente insolita, ricca (fin troppo) di riferimenti a testi e personaggi molto noti, capace comunque di divertire e che ha nello stile visivo e dell'animazione il suo vero punto di forza. Disponibile in streaming su Netflix.

La famiglia Willoughby: recensione del film d'animazione Netflix Original

I Willoughby, con la loro casa e la loro vita vecchio stile nel bel mezzo di New York, e le loro idiosincrasie, ricordano un po’ i Tenenbaum. Non a caso, a firmare la colonna sonora del film che racconta le loro avventure, è il compositore di riferimento di Wes Anderson, Mark Mothersbaugh.
E però, nella storia dei Willoughby - che poi sono il magrissimo Tim, la canterina Jane, e due gemelli geniali con lo stesso nome, Barnaby, con l’aggiunta di una Madre e un Padre che vedono questi quattro figli come un fastidioso incomodo per le loro arrività, sferruzzare e sbaciucchiarsi, e che non hanno la minima intenzione di prendersi cura delle loro “esigenze bambinesche” - ci possono essere anche dei rimandi a un’altra celebre famiglia del grande e piccolo schermo come la Addams, con però il fucsia a fare da colore dominante al posto del nero, e meno gusto per il macabro.
Anche se poi, quella di La famiglia Willoughby è pur sempre la storia di questi quattro fratellini che decidono di far partire questi genitori inutili e anaffettivi per un viaggio attorno al mondo ricco di pericoli mortali, nella speranza di sbarazzarsene e rimanere orfani (anche se poi le cose, rimasti soli, non andranno come pensavano loro), e quindi un po’ di macabro c’è. Ma, complice anche il tema dell’orfanitudine, siamo più dalle parti di Lemony Snicket che di Charles Addams.
E, nella follia lisergica legata (non solo) al personaggio del comandante Melanoff e della sua fabbrica di dolciumi, si respira perfino l’odore dolciastro di Willy Wonka, e delle storie ambigue di Roald Dahl.

Non bisogna lasciarsi spaventare, né al contrario esaltare troppo, da questa salve di riferimenti incrociati. Perché La famiglia Willoughby la sua personalità singolare e originale ce l’ha. Non sviluppatissima forse, ma ce l'ha, ed è capace di tirarla fuori nei momenti che contano.
D’altronde, il gatto narratore - che nella versione originale del film è doppiato da Ricky Gervais, che è anche accreditato come produttore, e questo è un indizio sui toni del film che i più attenti di voi sapranno bene come interpretare -  ci avvisa immediatamente, nei primissimi secondi del film: quella di La famiglia Willoughby non è una storia come tante, e di certo non la storia per coloro i quali si aspettano il lieto fine d’ordinanza, perlomeno quello ovvio e scontato.
D’altronde, regista e co-sceneggiatore del film è Kris Pearn, lo stesso di Piovono polpette 2, che già aveva dimostrato come l’occhio e la penna di questo regista fossero decisamente orientati in maniera poco convenzionale.
Prima ancora che trama e soggetto, desunti da un libro omonimo scritto da Lois Lowry, sono il disegno e l’animazione a rappresentare il primo punto di forza di La famiglia Willoughby, con uno stile molto moderno e antirealista che si distanzia molto da quello dei lavori della Pixar, della DreamWorks e degli altri colossi hollywoodiani dell’animazione, e occhieggia spesso e volentieri alle produzioni più avanguardistiche e stilizzate del piccolo schermo, ammiccando a tecniche come quelle del collage o della stop motion. Da segnalare che il character design è di Craig Kellman, uno che ha lavorato sia a Spider-Man: Un nuovo universo che al recente La famiglia Addams d’animazione.

Su questo canovaccio estetico e cromatico, punteggiato di piccole grandi follie spiazzanti e a tratti esilaranti, si va a incastonare una trama che, tornando all’incipit narrato dal Gatto di Gervais, è davvero poco convenzionale. Anzi, è chiaramente e dichiaratamente progressista, nel suo racconto di come famiglia è dove c’è amore, comprensione e accettazione, biologia o non biologia.
Pearn non avrà la capacità di far leva sulle emozioni e l’emotività dei suoi spettatori come i migliori autori Pixar (forse nemmeno come quelli non migliori, a dire il vero), ma il suo discorso non fa una grinza, e la fantasia sfrenata che dimostra nel metterlo sullo schermo fa perdonare pure qualche piccolo passaggio a vuoto, e un’andamento un po’ a strappi del racconto.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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