La douleur Recensione

Titolo originale: La douleur

57

La douleur: recensione dello struggente adattamento da Marguerite Duras con Mélanie Thierry

- Google+
La douleur: recensione dello struggente adattamento da Marguerite Duras con Mélanie Thierry

L’attesa. Avrebbe potuto intitolarsi così, descrivendo lo stato oggettivo, la dinamica costante scandita da giorni sempre uguali, il romanzo autobiografico di Marguerite Duras, ora diventato un film mantenendo lo stesso titolo: La douleur, il dolore. Invece, ci dimostra fin dalla premessa come la sua è una storia interiorizzata, privata, un diario scandito dalle parole toccanti, ma asciutte, della prosa della grande scrittrice francese. Un flusso di coscienza febbrile: così è stato scritto dalla Duras e così Emmanuel Finkiel l’ha messo in scena con grande efficacia.

Nel 1944 la Francia è ancora sotto l’occupazione tedesca. Il marito della giovane Duras, Robert Antelme, tra i leader della resistenza francese, viene catturato dai tedeschi e spedito, prima in un campo poco fuori Parigi, poi verso Buchenwald. L’angoscia porta Marguerite ad alternare giornate chiusa in casa, con le imposte serrate, a momenti in cui va in cerca di notizie del marito, in stazione o presso la questura, o semplicemente girando in bici per una Parigi svuotata, come in una delle sequenze più belle del film, lungo una città ipnotica e prosciugata della sua celebre vitalità. La douleur è, infatti, anche il ritratto di un’altra attesa, quella della ville lumière che aspetta la fine dell’occupazione.

Il dolore è l’emozione prevalente, primordiale, che nasconde però anche la vergogna della frequentazione di un viscido francese della Gestapo, che frequenta sempre di giorno nei caffè della città, assecondando appena la sua discreta corte per ottenere qualche informazione in più sul marito. Per non parlare della relazione con Dyonis, resistente e migliore amico di Antelme, presenza costante nella sua vita con tratti di ambiguità. Chi si aspetta, però, una storia lineare di speranza e ritorno rimarrà deluso, perché scava talmente nel profondo dell’anima più recondita e problematica della natura umana, la Duras, da non nascondere anche il timore del ritorno, la paura di essere ormai diventata dipendente dal dolore, più che dalla disperazione per l’assenza di Robert. “A che sei più legata, a Robert o al dolore?”, le rinfaccia Dyonis, in un momento di esasperazione.

Un eventuale ritorno non sarà mai un salto indietro che riproporrà la routine di prima, per Robert e Marguerite, come per tutta l’Europa martoriata indelebilmente dalla guerra e dallo strazio inaudito della Shoah. Finkiel rappresenta mirabilmente quest’altra sospensione, quella di una città che piange il suo passato, sopravvive nel presente, ma ancora non è pronta per conoscere quello che è successo molti chilometri più a est, e che presto segnerà il proprio futuro. Non ci sono catarsi o vere liberazioni, in La douleur, o in Marguerite, interpretata in maniera straordinaria da Mélanie Thierry, con un lavoro di analisi che arriva all'essenza, senza bisogno di scorciatoie mimetiche.

Quando, un pomeriggio assolato d’aprile, appare un camion con decine di reduci dai campi ormai ridotti a scheletri, ancora con le divise a strisce, sembra l’ennesima surreale apparizione in una città allo sbando, che non si risveglia dall’incubo. Per Marguerite inizierà una lenta agonia silenziosa, quella che la porterà a esaurire le ultime forze nella speranza mista a terrore dell’ignoto di vedere fra queste larve appena in vita anche Robert, qualsiasi cosa possa poi accadere fra di loro. L’amore, o la sua prosecuzione, è un lusso, per quei giorni del 1945 segnati da una sola roulette binaria: vita o morte.

La douleur
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD
610


Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
Lascia un Commento