La donna che canta - la recensione del film di Denis Villeneuve

19 gennaio 2011
4.5 di 5
20

Un’equazione o forse un teorema matematico, preciso, implacabile, affascinante e inevitabile. È questa la sensazione che dà la visione del film di Denis Villeneuve, vera grande sorpresa al Festival di Venezia.

La donna che canta - la recensione del film di Denis Villeneuve

La donna che canta - la recensione del film di Denis Villeneuve

Un’equazione o forse un teorema matematico, preciso, implacabile, affascinante e inevitabile. È questa la sensazione che dà la visione de La donna che canta di Denis Villeneuve (canadese francofono del Quebec), vera grande sorpresa al Festival di Venezia che conferma la crescita di un autore che con Polytechnique (da noi inedito) si era dimostrato un talento interessante. Il film è l’adattamento di una pièce di successo di Wajdi Mouawad.

Siamo ai giorni nostri in Canada. Fratello e sorella (gemelli) scoprono dal testamento della madre che il padre che credevano morto è in realtà vivo e dell’esistenza di un fratello di cui non sapevano nulla. La madre, di origine mediorientale, ha infatti vissuto una vita incredibile, tragica, di cui andranno alla scoperta e che noi conosceremo attraverso un viaggio parallelo, lei negli anni ’80 e la figlia al giorno d’oggi (che non casualmente è ricercatrice di matematica pura). Percorreranno i medesimi luoghi, le stesse strade, in un ciclo infinito che è quello della storia e della famiglia, di pietre e terre sempre uguali, illuminate dallo stesso sole, ma bagnate da sangue sempre nuovo.
L’infanzia segna, qui addirittura marchia, in maniera talmente forte che, per dirla con la protagonista, “è un coltello piantato alla gola”. Ci vorrà una vita intera (e una volontà testamentaria) per diventare veramente adulta, per cancellare la rabbia di un’infanzia di violenza e poter riposare in pace.

Nel film dietro un nome finto si nasconde il Libano degli anni ’80 con la sua guerra civile fra cristiani e musulmani. Attraverso le vicende di una famiglia riesce molto bene a rappresentare la divisione religiosa, familiare, di una terra e di un mondo.
La donna che canta è un film che riesce mirabilmente a coniugare un ritmo matematico, con delle esplosioni, degli incendi di violenza, che arrivano quasi inevitabili, riuscendo ad emozionarci mentre ci lasciano impietriti. Come ad esempio nel momento più bello del film, una scena in cui un autobus viene fermato dai cristiani falangisti libanesi alla caccia di musulmani. Una scena, che non vi sveliamo, ma che è un’ottima sintesi dei pregi de La donna che canta, uno dei migliori film degli ultimi mesi.

Una nota di merito per la colonna sonora funzionale e per le due donne protagoniste (Lubna Azabal e Mélissa Désormeaux-Poulin) che sono intense e fragili nei loro complessi ruoli.
Il film, denso di eventi ed avventure, giunge verso una fine in cui le incognite dell’equazione iniziano a chiarirsi, in cui la madre non sarà più una variabile sconosciuta, in cui una catarsi inaccettabile, ma alla fine inevitabile, rimane impressa nella memoria insieme a molte tappe di questo magnifico viaggio.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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