La corte, recensione del film con Fabrice Luchini

15 marzo 2016
3.5 di 5
13

I premi ottenuti al Festival di Venezia, quelli per la sceneggiatura e l'attore protagonista, si dimostrano meritatissimi

La corte, recensione del film con Fabrice Luchini

Già nella Grecia Antica, il simbolo della giustizia è una bilancia. La bilancia è misura, equilibrio, ponderatezza nelle valutazioni: e sembra proprio che per scrivere e dirigere La corte, Christian Vincent abbia tenuto molto conto di questa immagine.
Il meccanismo narrativo, qui, è infatti calibratissimo, e impeccabile, e tutto giocato su coppie di opposti che trovano una sintesi.

Quasi tutto ambientato in un'aula di tribunale, con rarissime escursioni all'esterno che mantengono però fisso il pensiero al processi, La corte alterna e ibrida il giudiziario con il romantico, la commedia col dramma.
Il Presidente di Corte d'Assise interpretato da un bravissimo Fabrice Luchini è un uomo un po' triste e solo nel suo privato, costretto com'è a mangiare mele pure marce nella camera d'albergo che lo ospita (febbricitante, come se non bastasse) ma severo, austero e rispettato (anzi, temuto) nell'esercizio della sua funzione: ed è lui a dover guidare il processo contro un giovane accusato di un crimine orrendo, di aver ucciso con dei calci la figlia di sette mesi che non smetteva di piangere.
Se il caso si presenta molto meno chiaro di quel che si poteva pensare, a complicare (o forse semplificare) le cose per il Presidente Racine c'è la presenza in giuria di una donna di cui si era innamorato perdutamente anni prima (una notevole Sidse Babett Knudsen, ennesima ottima attrice prodotta dalla Danimarca).

In questo quadri comolesso, Racine è quindi costretto a trovare un nuovo equilibrio (che è anche il suo, esistenziale) tra il suo pubblico e il suo privato, tra le esigente della professione e il sentimento che lo perturba. Nel mentre è la giustizia che deve ponderare e essere ponderata, quella giustizia che lo stesso Racine ricorda non essere coincidente con la Verità, ma con la necessità di riaffermare i principi della legge: con la vicenda di un presunto colpevole che si tramuta in presunto innocente.

Eppure, nonostante la forza delle polarità che fanno elettrico l'andamento de La corte, nonostante il complesso gioco di pesi e contrappesi, la scrittura e la regia di Vincent non perdono mai il baricentro, e riescono nello stesso tempo a far sì che la vera forza del film, il vero fulcro della sua bilancia, siano i o dettagli, le coloriture, le sfumature. Quei dettagli che possono cambiare la sorte di un processo e di un imputato, o l'impressione complessiva su una persona; che servono (parafrasando lo stesso Racine) a stabilire non tanto la verità assoluta di un film, ma la forza e il coraggio di essere coerenti con la legge del cinema; i piccoli gesti capaci di lasciare segni profondi; i colori di volti scelti da un casting sapiente come non se ne vedevano da tempo.

La corte, quindi, racconta in prima battuta la storia di un uomo, l'inflessibile Racine, che si ritrova, in molti modi, grazie alla riscoperta di un amore creduto perduto; è un film costruito su ottime interpretazione, una sceneggiatura precisa e una regia funzionale e mai invadente.
Ma quello di Vincent è anche un film che ragiona sulla giustizia e sull'amore, sugli slanci e i sacrifici, in maniera universale e umanista; che, attraverso la intricata teatralità di un processo, parla in maniera leggera e complessa insieme di come noi esseri umani interagiamo fra di noi, nel bene come nel male, e delle conseguenze – consce o meno, volontarie o no - del nostro agire.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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