La battaglia dei tre regni, la recensione del film di John Woo

22 ottobre 2009

Basato su una storia vera, giunge in Italia il film che segna il ritorno in Cina del maestro dell'action di Hong Kong, John Woo. Avrà recuperato l'ispirazione persa a Hollywood?

La battaglia dei tre regni, la recensione del film di John Woo

La battaglia dei tre regni, la recensione del film di John Woo

Basato su un evento realmente accadutoe sul poema epico Le cronache dei Tre Regni di Luo Guanzhong (risalente al XIV sec.) che lo mitizzò, La battaglia dei tre regni racconta la battaglia “delle scogliere rosse”, avvenuta nel 208 d.C. sul fiume Yangtze tra una coalizione di due regni cinesi, Wu dell'Est e Shu del sud, contro l'esercito del Primo Ministro dell'Imperatore che ne stava di fatto usurpando il potere. Il rischio al quale potrebbe andare incontro il film di John Woo sarebbe quello di ricadere nell'univoca classificazione “wuxia” alla quale si possono ascrivere altre recenti produzioni diffuse in Occidente. Ci si riferisce qui nello specifico ai due film di Zhang Yimou Hero e La foresta dei pugnali volanti. Pur non essendo del tutto privo delle parentesi liriche e astratte di quel genere (e proveniendo lo stesso Woo da alcuni primissimi lavori di questo tipo), La battaglia dei Tre Regni è invece maggiormente un risultato delle culture di cui il regista si è cibato in oltre vent'anni di attività, tra Oriente e Hollywood. La messa in scena e il crescendo del film sono estremamente debitori di un'ammirazione per la spettacolarità hollywoodiana, poco propensa alle ellissi narrative, che Woo infatti si guarda bene dall'usare. Se la base culturale della storia e delle filosofie che la permeano è senz'altro orgogliosamente cinese, la sua esposizione non dà dunque nulla per scontato e mira a coinvolgere il pubblico internazionale a un livello primario. In altre parole, non c'è bisogno di avvicinarsi a La battaglia dei Tre Regni con il filtro di un “Quentin Tarantino presenta” o di una consapevolezza della tradizione stilistica del cinema cinese. Il film è pianificato per essere sanamente divertente e coinvolgente per chiunque, popolare come lo spirito di resistenza all'abuso di potere che è alla base della parabola. Non c'è da stupirsene, perché John Woo, tornato a girare in Cina, o per meglio dire tornato a girare in lingua cinese, vive ancora spontaneamente dell'originale doppia anima del cinema di Hong Kong, che ha permesso ad un professionista del cinema come lui di raccontare le missioni impossibili di Tom Cruise come quelle di Chow Yun-Fat.

In questo contesto, persino le altrove stanche autocitazioni (attacchi con doppia arma, due contendenti che si puntano contemporaneamente due armi uguali, il salvataggio in battaglia di un bambino, le immancabili colombe) riacquistano un'umile freschezza perché messe in secondo piano da una poetica cinematografica che mira nuovamente alto, dopo un periodo hollywoodiano che l'ha relegato negli ultimi anni al manierismo. Recuperando anche il prezioso apporto di un riscoperto e umanissimo Tony Leung nei panni di uno stratega di Wu, tornato in Cina dopo anni in America John Woo completa il suo percorso chiudendo il cerchio e dimostrandosi un prezioso ponte creativo tra il gusto occidentale e la tradizione cinese.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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