La battaglia degli imperi - Dragon Blade Recensione

Titolo originale: Tian jiang xiong shi

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Dragon Blade: recensione del kolossal con Jackie Chan, John Cusack e Adrien Brody

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Dragon Blade: recensione del kolossal con Jackie Chan, John Cusack e Adrien Brody

In parte è il cinema hollywoodiano come punto di riferimento per creare entertainment su larga scala, in parte è la tradizione orientale tra filosofia di vita e arti marziali. Il punto di raccordo è ovviamente Jackie Chan, attore protagonista, produttore, coordinatore dei combattimenti (non accreditato) e soprattutto icona del cinema cinese con una carriera internazionale senza eguali. Non è difficile farselo piacere, sapendo di trovarlo in qualunque contesto affabile, brillante e acrobatico, così come lo è in questo monumentale fantasy storico. Siamo sulla Via della Seta nel 48 a.C. al confine con la Cina, quegli 8000 km di strada che univano l'Asia Centrale con il Mediterraneo passando per il Medio Oriente. Scambi commerciali, culturali e artistici tra Roma e l'Oriente erano all'ordine del giorno, ma in Dragon Blade lo sceneggiatore e regista Daniel Lee si immagina che a sorvegliare la Via e a calmare gli animi dei guerrieri di passaggio ci fosse una sorta di pattuglia di sette uomini a cavallo, sotto l'ordine di una vicina prefettura. Jackie Chan è il comandante, un pacificatore convinto e funzionale ed è con lui che John Cusack, nei panni del centurione romano Lucius, prima combatte poi stringe amicizia perché i suoi soldati sono allo stremo e il piccolo erede al trono che sta proteggendo ha bisogno di cure.

Ci si può chiedere quale motivo possa spingere un attore americano a partecipare a un kolossal cinese e, al di là dell'ipotetico generoso compenso, appare evidente che possa essere un'esperienza di lavoro immersiva e culturalmente preziosa. Lo sa bene Adrien Brody che è alla sua seconda immersione asiatica dopo 1942 e che qui interpreta il malvagio Tiberius. Il film inizia ai giorni nostri con due archeologi hi-tech in cerca della fantomatica città di Regum, più leggenda che realtà ma ancora per poco. La storia è raccontata in flashback, con ampie licenze fiabesche pensando all'esteso range anagrafico del pubblico di Jackie Chan. La veridicità storica non è prioritaria, lo sono il divertimento, la scenografia, i costumi, le acrobazie degli stuntman e, purtroppo, quel look estetico fatto di colori desaturati e riprese in slow-motion che già nel cinema USA hanno iniziato a essere ridontanti e che non necessariamente debbano essere sinonimo di epico. La visione è comunque gradevole, basta sintonizzarsi su un livello ri ricezione elementare e mandar giù alcune banalità narrative.



Antonio Bracco
  • Giornalista cinematografico
  • Copywriter e autore di format TV/Web
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