L'uomo coi pugni di ferro - la recensione del film diretto da RZA

07 maggio 2013
2.5 di 5

Avendo come numi tutelari Quentin himself nonché il suo protegé Eli Roth, era facile prevedere che, al suo esordio nella regia con uno di quei film di arti marziali che ha da sempre amato e venerato, anche il rapper RZA avrebbe proposto l’ennesima tarantinata.

L'uomo coi pugni di ferro - la recensione del film diretto da RZA

In fondo c’era da aspettarselo.
Avendo come numi tutelari Quentin himself nonché il suo protegé Eli Roth, era facile prevedere che, al suo esordio nella regia con uno di quei film di arti marziali che ha da sempre amato e venerato, anche il rapper RZA avrebbe proposto l’ennesima tarantinata.
Perché L’uomo con i pugni di ferro, nel suo incrocio forzato tra wuxia anni Settanta e spaghetti western, nella proposizione di cammei ammiccanti come nella scelta di alcuni interpreti, nell’utilizzo di una violenza pulp e fumettistica e di infantili riferimenti alla sessualità, altro che non è che l’ennesima (non bella) copia di un’idea di cinema a sua volta basata sulla copia consapevole e sulla rimasticazione postmoderna: che è l’idea di Tarantino, per l’appunto.
I link più diretti sono ovviamente quelli con quel Kill Bill che ha segnato la prima collaborazione tra RZA e il suo più noto e stimato collega, anche se non manca il tenatativo, poi rifiutato da Tarantino, di stabilire un legame diretto tra il personaggio del Fabbro di questo film con l’universo narrativo del recente Django Unchained.
Ma anche nelle parti più “originali” del film, dalla sceneggiatura firmata dallo stesso RZA con Roth e nella messa in scena, si respira un’aria inconfondibile, per quanto oramai piuttosto stantia.

RZA prende molto sul serio il suo impegno dietro e davanti la macchina da presa, fin troppo: perché L’uomo con i pugni di ferro è un film al quale avrebbe giovato moltissimo una ben più forte dose di sana autoironia, e un tono generale meno ponderoso. Non basta infatti il personaggio dell’inglese oppiomane e donnaiolo interpretato con sovrabbondante gigioneria da Russell Crowe a rendere leggero e smaliziatamente sopra le righe un film invece pesante come i metalli forgiati dal protagonista e come i pugni del suo titolo.
Il leader del Wu-Tang Clan, che nella regia non se la cava né meglio né peggio di tanti altri, come molti prima di lui fallisce nel cogliere l’ariosità e la leggerezza fisica e ideale di storie e corpi marziali, finendo col dirigere un film dal peso specifico tutto occidentale, ridondante e non facilmente digeribile.
Il divertimento che RZA deve aver provato nelle fasi di scrittura e di ripresa non buca mai realmente lo schermo, e a L’uomo coi pugni di ferro si assiste con vaga noncuranza, senza mai momenti in grado di far alzare sensibilmente il sopracciglio.

Rimane, nel post visione, il gran lavoro fatto sulla colonna sonora, ennesima dimostrazione del fatto che, con le dovute eccezioni, nella vita ognuno dovrebbe fare il suo mestiere e lasciare agli altri quel che gli altri san fare meglio di lui.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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