La recensione del polar L'ultima missione

18 aprile 2008
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Dopo il celebrato 36 - di cui è imminente un remake a stelle e strisce voluto da Robert De Niro - Olivier Marchal torna al cinema con un nuovo, teso poliziesco interpretato da Daniel Auteuil, dalla moglie del regista Catherine e dalla giovane Olivia Bonamy. È risuscito Marchant a bissare il risultato di 36?

La recensione del polar L'ultima missione

Louis Schneider è un poliziotto di Marsiglia, che crede al suo lavoro. Da giovane è riuscito a catturare uno psicopatico che ha ucciso atrocemente una giovane coppia, le cui due figlie sono state testimoni dell’orrore, e non ha mai dimenticato. Oggi un nuovo serial killer violenta, tortura e uccide brutalmente delle donne, ma Louis, che ha perso la figlia in un incidente d’auto, e la cui moglie è ridotta a poco più di un vegetale, è ormai un alcolizzato instabile, e l’inchiesta gli viene tolta e assegnata al malvagio e corrotto Kowalski. Ma Schneider non si arrende, e continua la sua lotta privata e disperata alla corruzione e al male in una discesa agli inferi senza redenzione.

L’ultima missione è il capitolo conclusivo di una trilogia iniziata dal regista Olivier Marchal con Gangster nel 2002 e proseguita nel 2004 col bellissimo 36 Quay des Orfévres. E’ anche l’opera più sofferta, sporca e personale di questo singolare personaggio.
Spinto a divenire poliziotto dalla visione romantica e avventurosa della professione assorbita coi film di genere - dai noir americani ai polar di Jean-Pierre Melville e Alain Corneau - e coi libri di David Goodis e Jim Thompson, quando assiste a fatti atroci come lo sterminio di una famiglia da parte di uno psicopatico e alla deriva di colleghi abbandonati dalle istituzioni, Marchal lascia la polizia per salvarsi la vita col cinema.

Di questa nichilistica trilogia della disperazione, L’ultima missione è il film più eccessivo ed estremo, un fiume in piena che racconta, sulla base di esperienze fatte da Marchal e da alcuni suoi colleghi negli anni Ottanta, una verità che non è quella anestetizzata del poliziesco televisivo, non consola, non lascia all’uomo altro che il buio senza spiragli di luce della eterna notte dell’anima.
E’ sicuramente un film terapeutico per questo bravissimo regista che mette forse troppa carne al fuoco, ma solo perché da trent’anni questo materiale gli pesava sul cuore e sulla coscienza.

Ecco perché quando la storia sembra ormai conclusa, gli ultimi venti minuti ci offrono un accumulo quasi insostenibile di violenza, metafore, sangue ed emozioni. La materia sembra sfuggire alla mano del suo creatore, ma il poliziotto di Daniel Auteuil, vero e proprio alter ego del regista e interprete maiuscolo e impagabile, si inscrive di diritto nella galleria dei giustizieri disperati a cui appartiene il Travis Bickle di Taxi Driver.

L’ultima missione è anche un film di straordinari volti maschili (il vecchio psicopatico fa assai più paura di Hannibal Lecter) e confortato da due forti presenze femminili, quella di Catherine Marchal, moglie del regista, e della giovane Olivia Bonamy.

Forse è vero, come ha detto certa critica, che ci sono troppe cose dentro questo film e qualche ingenuità di troppo, ma criticarlo per dei particolari o accanirsi contro il fastidio che può provocare è sbagliato: in un momento in cui molti film sono costruiti sul niente, L’ultima missione richiede una partecipazione viscerale, e lascia a chi è disposto a lasciarsi andare la desolante ma onesta visione di un mondo freddo e senza pietà. Il nostro.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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