L'intrusa: recensione del fim di Leonardo di Costanzo su una Napoli che resiste

22 maggio 2017
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L'opera seconda del regista napoletano è a Cannes nella Quinzaine des Réalisateurs.

L'intrusa: recensione del fim di Leonardo di Costanzo su una Napoli che resiste

E’ una Napoli che resiste la città intravista ne L’intrusa, una Napoli di ben note zone periferiche ma confinata in un centro ricreativo che nel nome (la Masseria) allude a scenari tranquilli se non bucolici, a un’isola di felicità dove bambini a rischio possono trovare nella creatività un’alternativa al degrado e alle disfunzioni familiari. E’ una Napoli che Leonardo di Costanzo ama e che rappresenta attraverso un cinema della realtà (il suo cinema della realtà) che non si traduce in un documentario a cui è stata appiccicata una storia inventata, ma in un film di finzione al 100%, con personaggi che si sviluppano e cose che accadono. E con una sceneggiatura forte e il validissimo contributo di una protagonista (l’ex ballerina ora coreografa Raffaella Giordano) che recita invece di limitarsi a essere o a improvvisare in mezzo ad attori non professionisti e quindi per definizione meno abituati a venire guidati.

Questo aspetto è bene chiarirlo subito se si vuole rendere giustizia al nuovo film del regista de L’intervallo, anche se il punto di partenza sono fatti veramente accaduti e anche se lo stile è asciutto e manca completamente un giudizio da narratore più o meno omniscente, quasi si volesse dire che certe situazioni parlano da sole. La situazione della moglie di un camorrista che trova rifugio in una casupola interna a la Masseria, però, non parla da sola, perché lo scompiglio che la donna provoca apre le porte a un dibattito che sembra banale (ma che banale non è) su tolleranza e diffidenza, su accettazione e ribellione, e su regole morali ed eccezioni che le confermano o non le confermano.

Prediligendo l’unità di luogo - che gli consente di inchiodarsi a quanto ha da narrare - Di Costanzo non si mette nella volante di un poliziotto né in un’aula di tribunale e lascia che il conflitto avvenga in particolare nella testa e nel cuore di una donna determinata e forte eppure dolce, una signora venuta dal nord che osserva una delle culle della Camorra come potrebbe guardarla lo spettatore, uno spettatore non buonista ma combattivo in contemplazione di un mondo nel quale convinzioni e codici di comportamento sono immutabili e la solidarietà fra simili diviene muro contro chi ha acconsentito all’ingiustizia. Giovanna il muro prova ad abbatterlo e con lei il film, che nella descrizione di giorni quasi tutti uguali sposta continuamente il confine fra ciò che è permesso e ciò che non è permesso, mentre piccoli eroi contemporanei si sostituiscono a uno stato completamente assente.

E’ una rappresentazione del nostro paese piuttosto desolante quella che viene fuori, una visione a cui L’intrusa reagisce mostrando ottimistica fiducia nel volontariato, in uomini e donne che la criminalità organizzata la combattono pacificamente, di certo convivendoci, ma guadagnando ogni giorno terreno e costruendo, oltre a una rete di proficui interventi, una torre di biciclette che punta al cielo. Il loro percorso è lastricato di ostacoli e di tensione, e di tensione ce n’è nel film, e serpeggia ora più ora meno mentre Giovanna si interroga sul da farsi o la mamma "estranea" si aggira di notte nella cucina del centro in cerca di un fornello su cui scaldare del latte. Anche questa trepidazione "fa poco" documentario e crea un senso di inquietudine che riesce a uscire dallo schermo e invadere la sala.

Ispirano tenerezza i bambini "proletari" de L’intrusa e ispira tenerezza perfino la giovane moglie del camorrista (ben interpretata dall’esordiente Valentina Vannino), che sa di portare sulle proprie spalle il peso di un destino disgraziato e che la legge delle brave madri è implacabile e ferrea, proprio come in un dramma antico. Tuttavia qui le tinte non sono forti, e in un presente in cui male e bene appaiono contigui, le zone grigie sono l’unica realtà possibile e plausibile. Il film di Leonardo Di Costanzo si immerge nelle loro vischiosità, non fornendo precise risposte ma semplicemente lasciandoci con una domanda assai chiara: ha più bisogno di aiuto chi si è salvato da solo o chi ha bisogno di essere salvato?



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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