L'industriale - la recensione del film di Giuliano Montaldo

11 gennaio 2012
3.5 di 5

Giuliano Montaldo racconta senza sconti la crisi finanziaria e sentimentale del piccolo imprenditore Pierfrancesco Favino in L'industriale.



Il quarantenne Nicola (Pierfrancesco Favino), presidente di una fabbrica torinese ereditata da suo padre, è in crisi: l'azienda è sull'orlo del fallimento mentre cresce in parallelo l'allontanamento di sua moglie Laura (Carolina Crescentini). Deciso a non lasciarsi andare allo sconforto, cercherà con ogni mezzo di recuperare i due aspetti principali della sua vita, ma dovrà forse lasciarsi alle spalle più di uno scrupolo etico.
Chi si aspetta un duro attacco al cinismo delle banche contro la sana piccola impresa italiana rischia di trovarsi deluso e di sminuire il lavoro svolto da Giuliano Montaldo e Andrea Purgatori in sceneggiatura: la freddezza nel mondo della finanza non viene di certo negata ("Noi non scommettiamo mai", dice il direttore di banca al Nicola in cerca di prestiti senza garanzie), ma il protagonista non è proprio all'altezza dei valori di cui si vorrebbe rendere alfiere. Un pericoloso concorso di responsabilità nel declino di un paese. Nicola "non molla mai", ma il suo abbarbicarsi alla fine di un mondo denuncia anche l'incapacità di scorgerne un altro all'orizzonte, enfatizzata da una spietata fotografia desaturata di Arnaldo Catinari.

Di recente
Emanuele Crialese in Terraferma ci ha raccontato il crollo dell'economia legata alla pesca, concentrandosi su una classe sociale più bassa di quella raffigurata da Giuliano Montaldo in L'industriale. A compromettere però l'assetto di una società, che si trascina nella difficoltà di pensare diversamente di fronte a un mondo mutato, ci sono gli stessi elementi: l'eredità dei padri vissuta acriticamente (vedasi il rimprovero dell'impiegato veterano Saverio all'ostinato Nicola), la presenza degli immigrati vista come minaccia, la tentazione delle soluzioni facili ma illecite.
Da questo punto di vista il fattore sentimentale melodrammatico non è gratuito, ma necessario a legare le problematiche pubbliche alle private: se qualche cedimento al didascalismo si può notare, specialmente all'inizio, è da lodare la creazione di un legame con un personaggio sfaccettato, ambiguo ma completo che Pierfrancesco Favino rende, ancora una volta, al meglio.
Per accompagnarlo in un viaggio all'inferno che ha il merito, considerati gli argomenti trattati, di concedere allo spettatore l'attivazione di un pensiero critico e non di un tifo passivo.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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