L'immensità: la recensione del film di Emanuele Crialese con Penelope Cruz visto al Festival di Venezia

04 settembre 2022
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La storia molto personale di una bambina che si sente un ragazzo, L'immensità è un film di Emanuele Crialese con protagonista Penelope Cruz, presentato in concorso alla Mostra di Venezia. La recensione di Mauro Donzelli.

L'immensità: la recensione del film di Emanuele Crialese con Penelope Cruz visto al Festival di Venezia

Crescere da bambini vuol dire cercare i propri spazi, prima che con l’adolescenza li si pretenda. Emanuele Crialese rievoca quei momenti raccontando la sua storia più personale, addirittura una prima rinascita, se non il mito fondante della sua trasformazione in autore e narratore di storie. Il momento in cui Adriana, alter ego sullo schermo, affronta il primo amore, e vuole farlo come Andrea, vuole convincere tutti di essere un maschio "e questa sua ostinazione porta il già fragile equilibrio familiare ad un punto di rottura”. In un quartiere in costruzione nella Roma degli anni ’70 è ambientato L’immensità. Una coppia, Clara (Penelope Cruz) e Felice (Vincenzo Amato, al quarto film con Crialese) si è appena trasferita in un nuovo appartamento. Non si amano più, ma rimangono uniti per condizionamento sociale, e per i figli, che per Clara sono l’unica gioia quotidiana e momento di evasione. 

Specie con la più grande, la dodicenne Adriana, che sente di venire da un’altra galassia. In una scena fra le più toccanti e riuscite, la vediamo insieme alla madre sotto una lunga tavolata in una cena di Natale, insieme ai parenti al completo. La sintesi di come per loro la dimensione familiare non sia più il rifugio che dovrebbe essere, tanto che si creano un loro bozzolo sostitutivo, così come un universo parallelo, musicale, in cui cantare e ballare come la Carrà o Celentano. Una vibrazione di energia in un contesto esangue, in cui vedere la madre truccata può voler dire solo una cosa: ha pianto, difficilmente si è preparata per uscire la sera.

Fra le fantasie degli adulti che sentono di essere ancora bambini, emerge la Cruz come vera icona della donna materna, come già in Almodovar tante volte, intensa catalizzatrice delle nevrosi del marito, dell’oppressione della famiglia. Crialese sublima l’infanzia con una fiaba a tratti nera a tratti scanzonata, costruendo l’appartamento come una torre del castello, un canneto sotto casa come il bosco pericoloso da non affrontare, lo specchio di Alice, il labirinto verso le colonne d’Ercole che dividono Adriana/Andrea dalla libertà di esprimere la propria natura, di affrontare il mondo, mentre intorno Roma è lontana, irraggiungibile e in costruzione. 

La relazione con la madre è la tensione costante che fa vibrare L’immensità. Emanuele Crialese elabora costanti variazioni di stati d’animo, di ribellioni a un opprimente e asfittico palcoscenico in cui riproporre a memoria un modello di famiglia imposto da convenzioni ormai superate e che riecheggiano ancora oggi. Un accumulo di situazioni mettono sotto pressione questo microcosmo, esplodendo in una crisi archetipica come quella della donna soffocata da un marito retrogrado, senza allargare in pieno gli orizzonti in maniera sempre coesa, come ricordi dai confini talvolta sbiaditi. Irrisolto e sincero, come il viaggio di Adriana in cerca di identità, di sicurezze in un’età che richiederebbe evasione, ma anche una guida autorevole.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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