L'illusionista - la recensione del film di Sylvain Chomet

25 ottobre 2010
4 di 5

Dopo aver raccontato personaggi in sella a una bicicletta nel suo sfavillante esordio, quello di Appuntamento a Belleville, ecco che Sylvain Chomet torna al cinema con un film a cavallo.

L'illusionista - la recensione del film di Sylvain Chomet

L'illusionista - la recensione

Dopo aver raccontato personaggi in sella a una bicicletta nel suo sfavillante esordio, quello di Appuntamento a Belleville, ecco che Sylvain Chomet torna al cinema con un film a cavallo. Dove i protagonisti sono a cavallo tra due epoche e due fasi della vita, a cavallo tra passato e presente per la sua storia produttiva e narrativa e per la tecnica d’animazione che presenta, per il suo essere frutto dell’unione tra due sensibilità artistiche.

Partendo da una sceneggiatura mai realizzata da Jacques Tati, Chomet è riuscito prima di tutto nella non facile impresa di omaggiare la poetica e la figura del grande autore francese senza cadere nell’agiografia o nella macchietta, preservando al tempo stesso la sua identità artistica. L’illusionista del film, quindi, non è Tati, ma è la versione di Tati che un suo ammiratore e conoscitore ha filtrato attraverso le proprie convinzioni, sensibilità, sguardi.
Ma non è nell’omaggio, nostalgico, affettuoso e misurato, che L’illusionista trova il suo senso e il suo valore. Perché nostalgici, affettuosi e misurati sono soprattutto il tono generale di una storia e le sue modalità di declinazione. Una storia che parla di ruoli e di pertinenza temporale, di dignità e di coraggio: quella dignità e quel coraggio necessari per far fronte, appunto, al proprio ruolo e alla sua necessaria modificazione col passare del tempo.

E allora ecco che la vicenda di un uomo che vede la sua professione diventare obsoleta di fronte allo scalpitare caciarone del progresso, che trova un nuovo senso esistenziale nell’incontro con una giovane che diviene come una figlia, e il successivo rendersi conto della progressiva obsolescenza anche di questa nuova impresa, non è racconto di uno sterile rimpianto di ciò che è cambiato e inevitabilmente perduto, ma di serena accettazione del cambiamento.
Un’accettazione che non è mai rifiuto o diniego di ciò che era, né un aggrapparvisi passatista, né tantomeno un progressismo cieco e incontrollato. Perché solo dalla consapevolezza di ciò che è stato che si può guardare coscientemente a ciò che deve venire, come testimonia il percorso di una ragazza che impara sulla sua pelle che, se i maghi non esistono, una magia esiste e si deve cogliere: quella di una vita che a volte è amara, a volte dolce, ma che prosegue il suo cammino e non si può, né si deve, fermare. La magia insita nella capacità di guardare indietro con affetto e positiva nostalgia senza negare né agli altri né a se stessi le meravigliose incognite del futuro.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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