L'Esorcista: la recensione di un film che resta un capolavoro

23 marzo 2020
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Una riflessione ulteriore su L'Esorcista, l'opera al nero di William Friedkin, dal romanzo di William Peter Blatty, che 47 anni fa sconvolse il mondo e resta ancora oggi un capolavoro della storia del cinema.

L'Esorcista: la recensione di un film che resta un capolavoro

Nel 2000 William Friedkin, per dare soddisfazione all'amico William Peter Blatty che per tutta la vita aveva rimpianto il primo montaggio del film, ridotto per scelta del regista per l'uscita cinematografica, in accordo con la Warner realizzò il cosiddetto director's cut, dove vennero inserite alla bell'e meglio scene tagliate dal primo montaggio e spesso prive di raccordi. Nell'occasione ebbi la gioia di collaborare con Mario Maldesi, indimenticabile amico e magistrale direttore del doppiaggio italiano, alla revisione dei testi aggiuntivi ridoppiati per la versione italiana e ricordo la nostra perplessità in proposito. Non è quello infatti il film che il pubblico di tutto il mondo aveva visto nel 1973 (noi italiani nel 1974), restandone terrorizzato, e che in quegli anni di contrasti accesi aveva scatenato un dibattito senza precedenti sull'argomento, tanto da farne un fenomeno di costume che nocque al suo successo critico (prima delle tardive rivalutazioni). La versione revisionista di Friedkin è l'unica oggi trasmessa in tv, anche se nei cofanetti home video è disponibile anche la prima, che consigliamo senza riserve. Le scene aggiunte (la famosa spider-walk, ulteriori – e inutili - esami medici, Regan e la madre in giro per Washington, qualche breve dialogo) non sono essenziali alla trama ma rallentano senza motivo il ritmo della narrazione, mentre il finale consolatorio voluto da Blatty non regge il confronto con quello originale, dove sulla schiena di padre Dyer che si accingeva a scendere la ormai celebre scalinata si andava al nero e partiva la musica di Tubular Bells di Mike Oldfield sui titoli di coda.

Citato spesso come il film dell'orrore più spaventoso di sempre o inserito comunque nelle top 10 dei capolavori del genere, L'Esorcista deve oggi vedersela con lo scetticismo di una società in cui il diavolo sembra il minore dei mali. A distanza di anni appare evidente quello che Friedkin ha sempre sostenuto e più volte ribadito (l'ultima volta nel recente documentario Leap of Faith: William Friedkin on The Exorcist) e cioè che – nonostante gli incredibili effetti speciali, il grande make up di Dick Smith e le scene cruente e disgustose passate alla storia – non si tratta di un horror e non è mai stato concepito come tale, ma è un film sul “mistero della fede”, realizzato sulla base del romanzo di un vero credente (Blatty, educato dai padri gesuiti) da un ebreo agnostico attratto dal cattolicesimo e che non esclude nessuna ipotesi. Per tutta la vita, del resto, il regista è rimasto affascinato dal soggetto, come dimostra il suo scambio con l'anziano esorcista a cui ha dedicato il documentario The Devil and Father Amorth.

Tornando alle reazioni dell'epoca e alle notti insonni di molti adolescenti (tra cui la sottoscritta) che nella sala gremita in compagnia degli amici avevano riso a crepapelle per poi restare terrorizzati una volta soli, pronti a sobbalzare per ogni scricchiolio o rumore insolito, va detto che di realtà concreta del diavolo aveva parlato nell'enciclica "Humanae Vitae" papa Paolo VI nel 1972 e che il mondo di quegli anni, così tormentato e turbolento, infocato da rivolte, attentati e colpi di stato dopo le illusioni libertarie del 1968, faticava a staccarsi dalle sue radici cristiane, aggrappandosi – come sempre in tempi di crisi – alle manifestazioni più superficiali della fede. L'esorcista, insomma, è un film che rispecchia totalmente lo Zeitgeist di quel periodo, il cosiddetto spirito dell'epoca, ma non per questo è un'opera datata. È la sua costruzione lenta e inesorabile, dopo un incipit ipnotico che contiene in nuce tutto il film, a renderlo spaventoso anche per chi non è credente.

Ricordiamo brevemente la storia, per quanto convinti che non ce ne sia alcun bisogno. Protagonista è la dodicenne Regan McNeil, che si trova a Georgetown, un sobborgo di Washington, dove la madre attrice gira un film (che parla, non a caso, di rivolte studentesche). Dolce e allegra, ma tormentata dalla mancanza della figura paterna, la bambina diventa l'oggetto di una possessione demoniaca. Il demone è un vecchio rivale di padre Lankenster Merrin, un gesuita archeologo: Pazuzu, la cui statua svetta a Mosul, nel deserto iracheno, dove il sacerdote svolge le sue ricerche. In pieno giorno, in un mondo dominato dalla razionalità più estrema, il corpo in mutamento di Regan diventa facile preda del Male. Dopo aver escluso tutte le possibili ipotesi, la madre, atea, si rivolge come ultima ratio alla Chiesa e l'aiuto le arriva sotto forma di padre Karras, un sacerdote in crisi e tormentato dai sensi di colpa per la morte della madre, e di padre Merrin, che daranno battaglia all'orrida bestia per il corpo e l'anima di Regan.

Le chiavi di lettura di un film che si appoggia su una dialettica di doppi e contrasti, in cui a ogni azione corrisponde una reazione, a ogni suono e immagine un'eco all'interno dei personaggi, sono molteplici, anche se – per quanto dicevamo prima – quella dello scontro generazionale è una delle interpretazioni possibili più convincenti. Se non possiamo identificare Regan, per la sua giovane età, con una di quelle runaway daughters che finirono preda di Charles Manson, è certo che le forze che in lei trovano ricettacolo fanno leva sul germe di una ribellione che è sempre esistita, ma che ragazzi poco più grandi di lei portavano avanti, in quegli anni, come un manifesto politico. La distanza tra genitori e figli si amplia sempre più, lasciando spazio a una forza distruttiva che trasforma questi ultimi in mostri irriconoscibili da chi li ha messi al mondo.

Dall'esterno, dove la vita ignara continua come sempre, lentamente il film si ritrae fino a rinchiudersi completamente in quella camera che diventa il centro del mondo e in cui si combatte l'ultima battaglia: è lì che il demone attende i suoi nemici con sprezzante senso di superiorità. Dalla sua parte ha tutto il tempo del mondo e la conoscenza delle debolezze di quei presuntuosi esseri umani che intendono sfidarlo sul suo stesso terreno. Convinto di doversela vedere solo con la forza di un uomo la cui fede non ha mai vacillato, Pazuzu sottovaluta la disperazione di padre Karras la cui fragilità terrena lo sconfiggerà.

Per Blatty e per Friedkin la possessione è reale, per noi forse no, ma comunque giudichiamo la lotta raccontata nel film ci rendiamo conto, oggi più di allora, che L'esorcista non è un semplice horror, ma è un'opera epocale che ha infranto ogni tabù e superato ogni limite allora consentito. Ed è anche un capolavoro di scrittura, alleggerito qua e là da tocchi di inattesa ironia, impreziosito da performance indimenticabili, arricchito dalla splendida fotografia, dal sonoro, dal make-up ed effetti speciali senza precedenti. Tutti gli eccellenti elementi di questa orchestra di splendidi solisti suonano all'unisono grazie al maniacale perfezionismo di William Friedkin, la cui regia non lascia niente al caso. Il fatto che a questo film nel mondo siano state dedicate numerose monografie (un paio anche della sottoscritta) e documentari, ne dimostra l'eccellenza: ad ogni sua visione si scoprono nuove sorprese, perfino nella versione che circola oggi e che noi riteniamo snaturata e insincera.

L'Esorcista
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD


  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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