L'arte della felicità - la recensione del film d'animazione

18 novembre 2013
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Arriva nelle sale, dopo la Mostra di Venezia e Lucca Comics & Games, un piccolo miracolo napoletano.

L'arte della felicità - la recensione del film d'animazione

Quando un film indipendente italiano è anche un lungometraggio d'animazione rivolto a un pubblico adulto, si può gridare due volte al miracolo. Nonostante alcune memorabili incursioni nel genere di un artista come Bruno Bozzetto, in film comunque umoristici, il nostro cinema – mai eccessivamente produttivo in fatto di lungometraggi – ha sempre avuto difficoltà a proporre storie non per bambini.

E' bello che a provarci – riuscendoci - sia L'arte della felicità, un progetto decisamente anomalo, realizzato in totale indipendenza e autonomia con l'apporto creativo di talenti tutti appartenenti alla realtà partenopea, che hanno arricchito coi loro contributi grafici e musicali un work in progress capace di accoglierli e farli propri in modo fluido e naturale e che proprio per questo risulta, sullo schermo, molto più pensato e programmato di come in realtà sia stato. Il film nasce dal desiderio del neoproduttore Luciano Stella di fare tesoro dell'omonima manifestazione da lui organizzata a Napoli, un “festival di parola” che da 9 anni vede l'intervento di studiosi, intellettuali e religiosi di tutto il mondo, per dibattere sui vari temi del nostro vivere. Come i B-movies di Roger Corman, nati spesso da un poster o da un titolo e diventati piccoli classici, L'arte della felicità trae origine da una denominazione ispirata che ha fatto da traino a tutto il resto. Grazie alla collaborazione col fumettista e videomaker Alessandro Rak e agli artisti che la produzione è stata capace di coinvolgere, è emerso un film che riporta la splendida e tormentata città campana al centro della scena culturale italiana.

Eccoci dunque a bordo del taxi di un uomo, Sergio, in una Napoli (pre)apocalittica, battuta da una pioggia incessante, costretti a fare slalom tra montagne di immondizia, affascinati dalla rabbia di un personaggio che non riesce a elaborare il lutto per la morte del fratello Alfredo, che si è fatto monaco buddhista in Tibet. E' arrabbiato con lui perché se n'è andato, perché lo ha costretto a continuare il loro rapporto via Skype ma – soprattutto - per avergli taciuto la sua malattia. Alla sua partenza, Sergio ha abbandonato la sua vocazione, la musica, acquistando la licenza di uno zio eccentrico e giurando a se stesso di non scendere più dall'auto. Nel suo taxi, che diventa una capsula del tempo, salgono svariati personaggi con le loro diverse filosofie di vita, le loro idiosincrasie e i loro atteggiamenti, che un po' lo affascinano e molto lo irritano. A fargli compagnia c'è la bellissima voce di uno speaker radiofonico (Riccardo Polizzy Carbonelli merita la citazione), che conduce una trasmissione chiamata L'arte della felicità e che una sera, per caso, sale sul taxi di Sergio e lo riconosce.

Non è facile non risultare retorici, falsi o troppo letterari, quando si affrontano in un film – d'animazione o non - temi come la morte, il fallimento e l'eterna ricerca di un senso della vita. Ma la qualità della scrittura, ne L'arte della felicità, va di pari passo con quella dell'animazione: non hanno paura, gli autori, di affrontare argomenti “alti” e spesso ci commuovono con le parole che Sergio spara come raffiche di mitra, coi discorsi dei suoi ospiti e coi fluviali monologhi del carismatico speaker. Chi di noi non ha avuto un lutto, una disillusione importante, la sensazione di aver smarrito la propria strada, travolto dal flusso maligno di una vita che sembra sempre remare contro le nostre aspirazioni e i nostri desideri?

Il pregio principale de L'arte della felicità è la sua sincerità: è questa a permettergli - in un momento storico in cui il disorientamento e l'impossibilità di fare programmi sembrano essere l'unica cosa che ci accomuna - di catturare lo spirito dei tempi e di far risuonare nel finale, alta, una nota di speranza. Si inizia a morire quando si nasce, ma questo, direbbe Alfredo, non è un motivo sufficiente per rifiutare di vivere, per rinunciare a cercare la propria felicità.

Quel piccolo, personalissimo momento che rischiamo di perdere,  distratti dal dolore, dal rancore e dal vittimismo, con lo sguardo sempre rivolto al passato perché il futuro ci fa paura. Che a dire tutto questo, e a dirlo bene, sia un bel film d'animazione, ci fa davvero piacere.

 



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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