L'angelo del crimine: la recensione del crime argentino

28 maggio 2019
3.5 di 5
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Un'istantanea d'epoca dell'Argentina pre-dittatura militare ispirata alla vera storia del giovanissimo e feroce criminale Carlos Robledo Puch. Ottima la regia di Luis Ortega del film prodotto da Pedro e Agustìn Almodóvar.

L'angelo del crimine: la recensione del crime argentino

In originale si intitola semplicemente L'angelo il settimo lungometraggio del regista argentino Luis Ortega, presentato nella sezione Un certain regard del festival di Cannes 2018. E ci sono film, come questo, che richiedono proprio un certo sguardo, capace di non fermarsi alla superficie per apprezzarli come meritano. Anche se ne L'angelo del crimine, paradossamente, il contenitore ha pari importanza del contenuto. Ortega e i suoi co-autori prendono a pretesto la vicenda del vero criminale Carlos Robledo Puch, responsabile di delitti perfino più atroci a quelli a cui assistiamo nel film, per scattare un'istantanea dell'Argentina post-Peron e pre-dittatura militare.

Siamo nel 1971, a Buenos Aires, dove un ragazzino diciassettenne coi riccioli d'oro e le labbra tumide (una sorta di versione maschile di Marilyn Monroe, a cui lo paragona a un certo punto l'amico e complice Ramòn), entra con facilità nelle residenze di lusso lasciate indifese dai proprietari, in un mondo in cui per i ricchi è ancora inconcepibile la violazione del proprio spazio privato. Carlos, o Carlito, non si limita a rubare: si permette il lusso di attardarsi, esplorare, ballare sulla musica di un disco che gira su uno stereo costoso e scegliere cosa vuole prendere, prima di portarlo a casa, dove i suoi pazienti e onesti genitori, che lo adorano, pur addolorati e contrari alle sue abitudini, non lo allontanano mai e non hanno veramente idea di quanto lontano possa arrivare quel figlio biondo e riccioluto come un putto, dall'aria innocente e indifesa.

Anche se Carlos dichiara di essere nato ladro, all'inizio sembra quasi una sfida, alimentata dal senso di invulnerabilità tipico di certi adolescenti, e tale potrebbe restare se non entrasse in gioco l'ideale anima gemella: il bruno e bellissimo Ramòn, che prima lo picchia poi gli si avvicina, attratto dalla sfacciataggine di quel coetaneo che sembra una ragazza. Tra simili ci si riconosce ed è così che Carlos esce da casa e si fa adottare da una famiglia criminale che lo introduce all'uso delle armi, che usa d'istinto e senza nemmeno pensare. L'angelo del crimine è al tempo stesso un'acuta interrogazione sull'enigma di una mente in cui il confine tra psicopatia e normalità è estremamente labile e di fatto indistinguibile (in una scena del film Carlito confessa alla madre che sì, una persona normale può fare certe cose) e la fotografia di un Paese che sta per cambiare in peggio.

In questo senso è come un freeze frame, congelato su un'epoca della storia argentina in cui la polizia è già alle prese con la repressione violenta dei gruppi guerriglieri e terroristi e fa le prove generali per lo sterminio di decine di migliaia di innocenti. Per questo è meno interessata al furto di un'auto e più al al fatto che Ramòn guidi senza documenti. Su una società che giudica ancora i criminali col metro lombrosiano, per cui brutto equivale a cattivo, Carlos Puch fa l'effetto che su quella americana, pochi anni dopo, farà Ted Bundy, suscitandone l'interesse morboso e attirando l'attenzione di giovani fan. Rispetto a lui ha dalla sua parte un'età estremamente acerba e la provenienza sociale, che ne rendono ancora più inconcepibili le azioni.

Carlos e Ramòn sono l'uno lo specchio dell'altro, frequentano due gemelle che quasi non distinguono, si sentono come due divi del cinema e percorrono atteggiandosi e ballando le strade del delitto: l'uno per scelta, l'altro perché costretto dalla famiglia, anche se il suo sogno è diventare una popstar. Belli e impossibili, gay non dichiarato il primo e solo per opportunismo il secondo, insieme sembrano invincibili. Ma a dividerli sarà il primo arresto, e la minaccia della tortura. Impossibilitato ad avere quello che desidera, Carlos compirà una scelta estrema. Forse è proprio nella descrizione della seconda partnership criminale che il film perde leggermente quota.

Ma l'eleganza della messa in scena, la bellezza della fotografia, i costumi, la colonna sonora di brani rock del tempo, argentini e internazionali (tra cui spunta pure un Non ho l'età cantata da Gigliola Cinquetti in spagnolo) e la perfetta ricostruzione d'epoca ne fanno un film di pregio, che non a caso ha attratto l'attenzione come produttori dei fratelli Almodòvar. C'è davvero molto in questo film cui un critico straniero ha rimproverato di aver tanto da mostrare e poco da dire: in realtà, come nel cinema degli anni Settanta, lo spettatore deve compiere la sua parte per venirne ricompensato.

Se ad interessarci non bastasse quanto elencato sopra, e i richiami a Gardel, a Evita e Peròn, le scene quasi surreali, i momenti volutamente sgradevoli e l'ottima interpretazione del cast (la mamma è Cecilia Roth, che ha spesso lavorato con Pedro Almodóvar), a imprimere nella memoria L'angelo del crimine basterebbe la magnetica performance di Lorenzo Ferro, coetaneo del suo personaggio e meglio conosciuto come rapper, al suo folgorante esordio come attore.

L'Angelo del Crimine
Il Trailer Italiano del Film - HD


  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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