L'agenzia dei bugiardi: la recensione della commedia di Volfango De Biasi

16 gennaio 2019
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Cast corale ed affiatato per il remake di un film francese non memorabile con un interessante spunto di partenza.

L'agenzia dei bugiardi: la recensione della commedia di Volfango De Biasi

Una bugia credibile detta al momento giusto è un ottimo ammortizzatore sociale: evita crisi, drammi, incomprensioni e rotture. Ma va usata con parsimonia e cognizione di causa. Lo imparano presto i bambini, capaci di invenzioni estemporanee mirabolanti per coprire i propri piccoli misfatti. Crescendo, le convenzioni sociali ci plasmano e ci insegnano a capire quando mentire o tacere una verità sgradevole sia, se non giusto, almeno perdonabile e quando una piccola bugia serva ad evitare dolore a qualcun altro. Il bugiardo seriale è un bambino mai cresciuto, o, meglio, un Pinocchio rimasto burattino: è l'uomo che mantiene moglie e amante perché non sa o non vuole fare una scelta, il megalomane che si inventa avventure straordinarie perché si sente un fallito e ha paura del giudizio altrui e chi promette cose che sa di non poter mantenere (e qui certi politici, laureati o meno, salgono in cattedra).

Ad un'azienda come quella descritta nel film L'agenzia dei bugiardi, insomma, i clienti non mancherebbero mai, anche se chissà chi potrebbe permettersi di pagare le parcelle per un servizio del genere, pronto a coprire con garantita efficacia ed elaborate messinscene scappatelle e trasgressioni di altro genere. Il nuovo remake di un film europeo di grande successo al box office del suo paese, viene stavolta affidato a Volfango De Biasi, autore di commedie, di un bel docufilm e soprattutto e dei film di Natale più bizzarri e movimentati dei classici e spesso indigesti mappazzoni delle feste, grazie anche alla complicità di due geniali e affiatati guastatori come Lillo e Greg.

Un remake, prima o poi, nel cinema tocca a tutti: gli americani si sono specializzati nel rifare film anche di qualità e usciti da poco, e gli europei li hanno seguiti a ruota. In Italia da qualche anno la tendenza sembra in crescita: si rifanno film spagnoli e argentini ma soprattutto francesi (già nel 2016 ne scriveva qui Antonio Bracco). Sgombriamo subito il campo da eventuali equivoci: rifare film altrui non è un reato punito dalla legge e non è nemmeno un peccato mortale: è una pratica, legittima, per ottenere un utile economico, rivendendo, dopo le opportune modifiche, l'idea - geniale o meno - venuta a qualcun altro. Denota però, al tempo stesso, una mancanza di storie originali che sta diventando cronica, soprattutto nelle commedie.

Non vogliamo certo aprire un dibattito (che temiamo sterile) sui soliti produttori che non rischiano e preferiscono puntare sul sicuro. L'agenzia dei bugiardi non è certo il peggior esponente di questa tendenza, ma ci offre solo lo spunto per ricordare, con un po' di amarezza, che in un genere in cui abbiamo avuto maestri che hanno fatto scuola a tutto il mondo, oggi siamo noi a copiare dagli allievi. Detto questo, Volfango De Biasi e Fabio Bonifacci cambiano l'originale rendendolo per certi versi migliore e meno volgare. Tolgono o attenuano i riferimenti nerd diretti al pubblico più giovane (sparisce la lotta coi laser alla Star Wars, resta più occulta la citazione di Assassin's Creed) e utilizzano un protagonista decisamente più carismatico come Giampaolo Morelli, adeguatamente supportato da un cast affiatato e nell'insieme intonato, a cui Herbert Ballerina, Paolo Ruffini e Diana Del Bufalo apportano la nota surreale, Massimo Ghini l'aroma del cinepanettone e Alessandra Mastronardi e Carla Signoris la grinta e la dolcezza (peccato per il poco tempo concesso a Paolo Calabresi, che vorremmo sempre vedere più a lungo).

Magari si sarebbe potuta tagliare anche la gag del personaggio narcolettico, ininfluente ai fini della trama, ma al di là dei singoli particolari si tratta pur sempre un film corale dalle molte anime, che è difficile far convivere con naturalezza: farsa, pochade, commedia degli equivoci e love story. Essendo nato da un materiale di partenza non eccelso, per quanto ci si sforzi di farne venir fuori un altro film, dando compattezza a una struttura sfilacciata, rimpolpando qualche dialogo e situazione, scegliendo gli attori più adatti a ricoprire i tanti personaggi, resta il fatto che non ci si possono fare miracoli.

L'agenzia dei bugiardi, come tante (troppe) commedie recenti, è un buon impasto con qualche grumo residuo, un prodotto che intrattiene per un'ora e quaranta con leggerezza ma presto archiviabile. Certo, ci sono diversi motivi per vederlo al cinema: i bei paesaggi, gli interpreti brillanti, qualche intuizione felice. Ma se vedendo un horror speriamo ancora che ci faccia (almeno) un po' di paura, se scegliamo una commedia vorremmo fare, di tanto in tanto, anche qualche bella risata "di pancia", invece di farci sorridere. Ma per questo, forse, servirebbe l'ambizione di superare l'asticella del prodotto medio e mirare un po' più in alto, soprattutto senza far ricorso alle idee altrui.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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