Just Charlie - la recensione del film

23 gennaio 2020
3.5 di 5
40

In Just Charlie - Diventa chi sei, bella opera prima britannica, la storia raccontata con sensibilità e intelligenza di una ragazza nata in un corpo maschile e del suo bisogno di diventare se stessa.

Just Charlie - la recensione del film

Charlie è una giovane promessa del calcio inglese, ha 14 anni e un padre che ha riposto su di lui tutte le speranze di una carriera a cui aspirava ma che si è interrotta per un infortunio, condannandolo a una vita da operaio. Ma proprio quando il ragazzo viene visto e convocato dalla sezione giovanile del Manchester City e i sogni del padre sembrano realizzarsi attraverso di lui, Charlie va in crisi, perché non si riconosce, con sempre maggior disagio, nella sua identità maschile.

Just Charlie è un racconto, tenero, delicato, dolceamaro e misurato, che sa rendere palpabile il dramma e la sofferenza di chi si trova a vivere una condizione come la disforia di genere e per affermare la propria vera identità debba farlo accettare non solo alla società, agli amici, agli insegnanti e ai conoscenti, ma innanzitutto alla propria famiglia. In adolescenza. Se da piccolo Charlie amava truccarsi o indossare abiti femminili, i suoi erano convinti che fosse un gioco infantile, superabile con l'età, con l'adolescenza nasce la consapevolezza che la sua identità non è quella maschile che pensano/vedono gli altri, non è un corpo che non riconosce e abiti in cui si sente a disagio, che lo soffocano e che gli provocano un vero e proprio fastidio fisico, ma la ragazza che è dentro di lui. Inizia così un percorso doloroso e necessario verso l'affermazione di sé, quel diventare quello che è, come sottolinea il sottotitolo italiano del film di Rebekah Fortune.

E così Charlie diventa un mistero indecifrabile: per il padre, meno accogliente e sensibile della madre, che continua a considerarlo il suo figlio maschio, per chi confonde il suo vestirsi da ragazza con l'essere gay (al limite, così fossero, capirebbero) e per chi, come la nonna, in una delle scene più toccanti del film, si sente quasi sporcato da una sorta di vergogna “sociale”. In Just Charlie non si sottovalutano i problemi, il dolore di chi deve affermare la propria identità nascosta al mondo esterno e quello di chi deve aiutarlo nel suo percorso, e ci dimostra come il mondo sia pieno di pregiudizi e di bulli ma anche di persone capaci di comprendere e accettare (prime fra tutte la mamma e la sorella, ma anche l'allenatore di calcio, che aiuta e non giudica questa nuova Charlie, e alla fine l'amico di sempre), disposte a superare paure, pregiudizi e ignoranza per aiutarla a trovare la sua strada.

Ambientato in una cittadina inglese in cui il calcio è il principale argomento di conversazione, Just Charlie si fa amare per lo straordinario talento di Harry Gilby, classe 2001, che giovanissimo ha calcato i palcoscenici del West End londinese col musical The Full Monty e al cinema è stato il giovane Tolkien nel film omonimo dedicato allo scrittore del Signore degli Anelli. La sua forza, la sua energia, la sua determinazione e la sua grazia rendono il personaggio di Charlie, prima e dopo, credibile e ammirevole nelle sue lotte e nella sua sofferenza. Ma il resto del cast non è da meno, dall'amorevole madre di Patricia Potter al padre tormentato di Scot Williams, alla sorella Eve interpretata da Elinor Machen-Fortune, prodotti, assieme a tutti gli altri, dell'inesauribile fucina di talenti dello spettacolo britannico.

La regia di Rebekah Fortune, discreta, mai intrusiva, quasi in punta di piedi, lascia spazio al protagonista e alla sua trasformazione, ci fa entrare pian piano nella storia, nata da un suo precedente cortometraggio, senza sentire la necessità di riempire di lungaggini superflue una narrazione ben scandita e fluida (a parte un pre-finale forse un po' di maniera), che conduce a una sorta di confortante happy-ending col sorriso sulle labbra. Just Charlie è un piccolo film che per la sua empatia andrebbe mostrato nelle scuole e fatto vedere ai tantissimi (troppi) che oggi sono pronti a scagliarsi contro la diversità in nome di astratti principi morali o religiosi e di una presunta normalità, senza curarsi del dolore di chi vive una situazione del genere e che si ostinano a ignorare che il mondo non è una grigia uniformità di uguali, ma una colorata marea di diversi.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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