Joker: la recensione del cinecomic con Joaquin Phoenix in concorso al Festival di Venezia 2019

31 agosto 2019
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Todd Phillips cala l'idea di Joker nel mondo di oggi, facendola scartare dall'individuale al collettivo.

Joker: la recensione del cinecomic con Joaquin Phoenix in concorso al Festival di Venezia 2019

Why so serious?
Che è la frase simbolo del Joker, e che è comunque una domanda che si potrebbe porre a Todd Phillips, che voluto guardare più al cinecomic batmaniano in stile Nolan che in quello Burton, giusto per utilizzare un paragone facile e scontato.
La risposta potrebbe essere semplice, e in fondo lo è. Basta ascoltare le prime parole che si sentono nel film, quelle di un tg che descrive la situazione della “sua” Gotham City: immondizia per le strade come nemmeno nella Roma della Raggi, violenza pervasiva e rabbia crescente, diseguaglianze sociali estremizzate, élite che trattano con sprezzante paternalismo e malcelato disprezzo le masse. Panorami noti, insomma, quasi quotidiani per una gran fetta del mondo - occidentale e non - residente in aree metropolitane.
E noti anche perché la Gotham di Phillips assomiglia tantissimo alla New York degli anni Settanta: quella delle gang, della droga e della povertà, dei Guerrieri della Notte e di Taxi Driver, linkato esplicitamente dalla presenza di Robert De Niro.

In questa Gotham, in questo Joker, Arthur Fleck ride per non piangere. Proprio patologicamente. Ha un disturbo che lo fa scoppiare in risate isteriche quando è sottoposto a stress emotivi rilevanti, cioè praticamente sempre. In questa Gotham brutta, sporca e cattiva, Arthur viene umiliato, deriso, malmenato. Emarginato per quello che è: un debole; un malato. Fino a quando non arriva per lui il momento della rivolta, che è improvvisa, sorprendente e chiaramente violenta. Che scatena qualcosa di più grande di lui, e di più grande del Joker che sta diventando.
In fondo sta qui, l’unica vera grande intuizione di Phillips: nella collettivizzazione dell’essere Joker. Nel trasformare una patologia individuale in una rivolta diffusa; e - senza spoilerare - una responsabilità diretta in una indiretta.
Allo stesso tempo, però, il Joker non è davvero un leader, e non riconduce nuovamente a un dimensione personale il caos che ha collettivizzato.

Per il resto, buona parte del pensiero sottostante a questo Joker era già presente nel ragionare e nell’agire di Heath Ledger nel Cavaliere Oscuro, cui Joaquin Phoenix si è chiaramente rifatto, aggiungendo al cocktail, oltre che il suo innato talento, anche la magrezza e il malessere del Trevor Reznik di L’uomo senza sonno, lo scarto comico aggressivo e spiazzante di Lenny Bruce e quello schizofrenico di Andy Kaufman, la sociopatia paranoide di Travis Bickle.
Phillips si aggrappa a lui, al suo volto scavato e ai suoi occhi spiritati, fa danzare la macchina da presa attorno al suo corpo, ai suoi piedi, alle sue mani, lasciandola ogni tanto libera di galoppare lungo le strade degradate di Gotham, di affiancarla alla folla sempre più eccitata, e assetata di rivolta. Tornando sempre su di lui, su un protagonista oramai radicalmente trasformato e destinato a portare lo shock e la morte, in diretta, nelle nostre vite.

Tutto giusto - si fa per dire -, tutto corretto. Tutto preciso, anche quando ripetitivo, e didascalicamente suggerito. Eppure, nel complesso, raramente in grado di attaccare davvero qualche inquietudine reale, qualche fascinazione diabolica, qualche ansia sociale e virale. Phillips non è Nolan, e il suo tentativo di cupezza si scontra con una forma e un copione che ambiscono con qualche ingenuità di troppo alla psicanalisi e alla sociologia ma lo fanno sempre esaurendosi nella superficie, anche in quella della violenza esplicita. Nella leggera patinatura della fotografia del degrado e dello squallore, nelle righe mai rispettate da Joaquin Phoenix, nel suo specchiarsi costante (reale e metaforico) con sé stesso e con coi spettatori.
E allora, Todd Phillips, why so serious?



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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