John Wick - la recensione del film con Keanu Reeves

19 gennaio 2015
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Tra action e noir, stilizzato e con la mente al cinema di Hong Kong senza dimenticare una spruzzata d'umorismo.

John Wick - la recensione del film con Keanu Reeves

Da Matrix in avanti (anche se, facendo i pignoli, ci sarebbe da considerare anche Point Break), il corpo cinematografico di Keanu Reeves si è fatto sinonimo di marzialità, perlomeno nel senso del termine legato alle arti orientali di combattimento. Qualcosa nelle movenze, e perfino nelle composte espressioni del volto, hanno legato l'attore a quelle pratiche anche quando, testardamente, si continuava a cimentare, senza grande successo, in film dai risvolti romantici o drammatici.
Allora Reeves ha rotto gli indugi, ha diretto Man of Tai Chi e interpretato 47 Ronin, e ora questo John Wick nel quale – nonostante l'abuso di artiglieria e pallottole – si guarda esplicitamente a Oriente.

Perché Chad Stahelski e David Leitch (ufficialmente il primo regista, il secondo produttore; in realtà entrambi coinvolti in entrambi i ruoli), nonostante anni trascorsi a lavorare nel settore stunt di Hollywood, sembrano aver voluto girare un film che per vari aspetti, primi fra tutti la stilizzazione e la messa in scena virtualmente ininterrotta di azione e violenza, sembra guardare diritto a nobili modelli del cinema di Hong Kong degli anni d'oro.
Che quella di John Wick sia una storia di vendetta, importa poco. Tanto più che è talmente elementare, pretestuosa e improbabile, come il contesto tutto della sceneggiatura in cui è calata, da rendere tutta la trama del film poco più di un canovaccio sul quale srotolare le sequenze d'azione.

Il film di Staheleski e Leitch, infatti, un film costruito su misura per l'occhio, a cominciare dalle tante sottolineature che, fin dai primissimi minuti, vengono effettuate intorno a un look elegante, quasi troppo patinato, lineare e minimalista.
Un look che conduce inevitabilmente alla stilizzazione della violenza, messa in scena come un flusso di coscienza corporeo, nel quale il ragionamento è bandito a favore della sommatoria di gesti che nascono da quella naturalezza e da quell'immediatezza che non sono figlie di una spontaneità innata ma dall'ossessiva ripetizione.
Una ripetizione, per l'appunto, marziale.

Keanu Reeves, sempre impeccabilmente elegante, si muove in quel fumettistico sottobosco criminale dal quale aveva sperato di fuggire tagliato da gelide luci al neon, lasciando dietro di sé un'impietosa scia di sangue con un'economia di movimento e una coreografia di corpi che non ha nulla a che spartire con quella steroidea, sguaiata ed esplosa della media dell'action contemporaneo (da I mercenari fino a Taken passando per i vari Luc Besson), ma che sembra invece quella di un cinema antipodico come quello della ex colonia britannica degli anni Novanta, e in parte di oggi.

Certo, in John Wick non c'è traccia alcuna del pathos romantico di un John Woo, per dirne una, ma anche la capacità (e forse il coraggio) di alternare il balletto della violenza a momenti di souplesse e di sospesione, anche ironica, contribuisce a renderlo oggetto spurio e non facilmente liquidabile come banale b-movie dall'elevato body count.
Che sia un b-movie, quello di Staheleski e Leitch, non c'è dubbio. Che sia banale, assai di meno, nonostante l'incapacità di fermarsi prima di un finalissimo che riafferma – tanto ipocritamente quanto in maniera fastidiosamente zuccherosa – la trama.
E, a parziale discolpa della sceneggiatura,  intermezzi leggeri in stile deadpan (il concierge dell'hotel dove è ospite John Wick) non stonano affatto con il tono generale di un film paradossalmente sempre imploso.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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