Bullet to the Head - recensione del film di Walter Hill con Sylvester Stallone

14 novembre 2012
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Torna al cinema dopo 10 anni il grande regista americano, che guarda ai suoi 48 ore e Danko sull’onda del revival del cinema muscolare degli anni Ottanta.

Bullet to the Head - recensione del film di Walter Hill con Sylvester Stallone

Tra Bullet to the Head e il precedente, bel film di Walter Hill sono passati dieci anni. Nel 2002 Undisputed era un oggetto spurio, anomalo rispetto al panorama cinematografico in cui si inseriva, e lo stesso sarebbe valso anche per Bullet to the Head se di mezzo non fossero passati i Mercenari di quel Sylvester Stallone che qui collabora con Hill per la prima volta in carriera.

Ufficializzato in maniera esplicita il ritorno (coscientemente mortifero) del cinema d’azione rude e muscolare degli anni Ottanta, il regista americano è libero di girare un buddy movie che guarda tanto a 48 ore quanto a Danko, e che punta tanto sull’azione diretta e brutale quanto sul sarcasmo e sulle one-liner di cui la sceneggiatura di Alessandro Camon abbonda.
Cosciente che quanto venuto prima di lui avrebbe attutito l’impatto del film in caso di eccessivo appoggio su toni crepuscolari o gerontofili, Hill nega ogni possibile tramonto di un genere, e al contrario lo mette in scena come se trent’anni non fossero passati affatto.

Che la trama di Bullet to the Head sia esile e scontata, poco importa. Né che la spalla del ruvido main character, questa volta, non sia un afroamericano ma un asiatico, bersagliato da frecciatine assai poco corrette politicamente. Importa come Hill abbia evitato ogni tentazione museale e agiografica e si sia aggrappato ad una salutare ironia da un lato, e al corpo roccioso, segnato e anacronistico di Stallone.
Uno Stallone burbero, dal cuore d’oro ma non troppo, testardo nel rifiutarsi di scendere a compromessi o di denunciare qualsivoglia inattualità dell’età che avanza, e anzi pronto a (ri)partire verso il resto della vita (poco o tanto che sia) su un bolide nuovo e fiammante.

Il corpo e il personaggio di Stallone (Sly il bello, verrebbe da dire considerato il regista) incarnano allora tutta la sostanza e l’idea di un film come Bullet to the Head.
Un film smaliziato e disincantato, che non vive della nostalgia del passato né dell’utopia del futuro, ma che si gode il presente con ludico disimpegno e tenace determinazione (im)morale, senza troppe smancerie né recriminazioni.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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