Jane Eyre - la recensione del film

03 ottobre 2011
3.5 di 5
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Il Jane Eyre di Cary Fukunaha è lontanissimo dalla celebre versione di Robert Stevenson interpretata da Joan Fontaine e Orson Welles, così come dal più recente degli adattamenti, quello diretto da Zeffirelli con Charlotte Gainsbourg e William Hurt.

Jane Eyre - la recensione del film

Jane Eyre - la recensione del film

Americano, madre svedese e padre giapponese, Cary Fukunaga aveva all’attivo il grande successo indipendente di Sin Nombre, ovviamente inedito in Italia, quando ha deciso di cimentarsi nell’impresa di un nuovo adattamento cinematografico del celebre romanzo vittoriano di Charlotte Brontë.
Imbattutosi nel copione scritto dalla sceneggiatrice di Tamara Drewe, Moira Buffini, Fukunaga ha fin dall’inizio dichiarato di voler lavorare con attenzione sui risvolti gotici della storia, dell’ambientazione e dei personaggi: e i risultati confermano queste intenzioni.

Il suo Jane Eyre è lontanissimo dalla celebre versione di Robert Stevenson interpretata da Joan Fontaine e Orson Welles, così come dal più recente degli adattamenti, quello diretto da Zeffirelli con Charlotte Gainsbourg e William Hurt. Eppure rimane coerentissimo alla sua matrice letteraria, con un afflato di fedeltà che travalica le mere circostanze narrative.
Ricalcando la ricchezza interiore e il rigore formale del personaggio che gli da il titolo e di cui narra la parabola di vita, il film di Fukunaga si aggrappa alla ruvida e gelida materialità dei luoghi e di certe mentalità, ma lascia anche spirino folate di spiritualità, di mistero e di passioni.
Di spiriti, la Jane Eyre interpretata da una Mia Wasikowska che recita con la sordina e colpisce al cuore con le frequenze basse della sua ottima performance, parla fin dall’inizio. Spiriti, rumori, misteri, presagi e voci nella brughiera che rispecchiano l’irrazionale incontenibile delle passioni del cuore e della mente, che sembrano provenire dai racconti che si facevano Byron, Shelley e Polidori chiusi dalla villa di Diodati. E allora non appare un caso o un vezzo che il Rochester di Fassbender sia un personaggio decisamente byronesco: scapigliato, inquieto e volatile, quasi più rockstar ante litteram che poeta maledetto.

L’amore tra i due, di conseguenza, o come causa, è allora più viscerale e appassionato di quanto il cinema ci abbia abituato a vedere, più ossessionante nella sua irrinunciabile natura. Per questo, più centrale e dominante rispetto alle altre sfumature della storia.
Eppure, quello di Fukunaga non è un film “caldo”:  perché, proprio come fatto da Andrea Arnold nell’altro recente adattamento brontiano, quello di "Cime tempestose", dimore e brughiere sono messe in scena in tutta la loro ostica natura, in una nudità che non nasconde il buio, il freddo, lo scomodo e il doloroso. Ma rispetto a Wuthering Heights, Jane Eyre si perde meno nella ricercatezza fotografica che quasi contraddice la natura dura e pura dello sguardo, concedendosi un’eleganza pittorica mai levigata, nella quale il segno del pennello e della fatica son sempre percepibili.

Una fatica che è quella sopportata da Jane, fisica e morale, in qualsiasi contesto la mostri il film: dalla casa della zia Reed a quella solo in apparenza più ospitale di St.John Rivers, passando per la scuola Lowwood. E, ovviamente, in una Thornfield Hall mai così oscura e stregata, i cui cupi e monotoni corridoi s’illuminano solo al passare della Wasikowska.
Flebilmente ma intimamente, come quei rossori che balenano sulle guance dell’attrice che scaldano e coinvolgono perfino lo spettatore.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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