Insidious - la recensione del film di James Wan

28 ottobre 2011
3 di 5

Arriva nelle nostre sale, quasi un anno dopo l'uscita americana, Insidious, quarto lungometraggio di James Wan

Insidious - la recensione del film di James Wan

Insidious - la recensione del film di James Wan


Chi mi conosce, o conosce almeno la mia pluridecennale passione per l'horror, sa quanto spesso mi sia lamentata per il fatto che i film dell'orrore contemporanei, con pochissime eccezioni, non fanno per niente paura. Dal momento che Whannell e Wan sono bravissimi a tirar fuori il meglio dai pochi mezzi che hanno, e che l'amore per il genere e le buone idee non gli mancano, ho atteso Insidious con l'ansia e la speranza che fosse finalmente la volta buona. Se c'è un sottogenere dell'horror che ancora riesce a inquietarmi, e a lasciarmi a volte una sensazione di disagio fisico, è proprio quello delle Haunted Houses, declinato in decine di classici e ottimi film (a partire dagli immortali Gli invasati e Suspense) e ultimamente riportato in auge con divertimento dalla serie forse più metafilmica mai girata in materia, American Horror Story di Ryan Murphy e Brad Falchuck. E a dire il vero, coi mezzi limitati che avevano a disposizione, come dicevamo, Whannell e Wan sfiorano il miracolo. Scritturano attori noti e capaci, come Patrick Wilson, Rose Byrne (qui un po' sprecata in un ruolo che le richiede soltanto di essere di continuo angosciata e terrorizzata) e la veterana Barbara Hershey. Curano luci, fotografia e musica in modo impeccabile. Disseminano di piccole citazioni un film che si rivolge innanzitutto agli appassionati come loro. Solo che, forse presi dall'ansia di far vedere quanto sono bravi, a un certo punto finiscono per strafare, lasciando per strada congruenze narrative e personaggi, per concentrarsi su immagini degne più di un tunnel degli orrori al lunapark che di inferi degni di questo nome.

Ma partiamo dall'inizio: non conosciamo il background della famiglia (si accenna che lei è compositrice e lui insegnante, ma questo non ha rilevanza sulla storia), ma ci piace il fatto che, non appena i fenomeni iniziano a manifestarsi, i personaggi facciano quello che le vittime dell'horror non fanno mai: andarsene a gambe levate. L'oscurità però li segue anche in questa nuova casa. Le apparizioni iniziali (il ragazzino/nano, il demone) lasciano ben sperare, anche perché restano nell'ombra. Ma nel finale, nonostante i bei tableaux vivants (o mourants, visto il caso...) con gli umani ridotti a bambole che ricreano i loro crimini efferati (scena più decorativa che necessaria, comunque), si vede troppo. La vecchia che perseguita il padre ricorda sia la gorgone de Lo sguardo che uccide di Terence Fisher, che la megera dell'episodio La goccia d'acqua in I tre volti della paura di Mario Bava, ma ai fini narrativi tutto questo è ininfluente. Chiusi in una casa, i nostri finiscono per soccombere alla necessità di accumulare in modo meccanico gli spaventi. Alla fine il film si sfilaccia e diventa un gran carosello dell'orrore che ci fa rimpiangere l'assoluta essenzialità e ambiguità di film come i due che abbiamo inizialmente citato. Intendiamoci, Insidious non è brutto ed è infinitamente superiore a roba come Paranormal Activity (Oren Peli è, tra l'altro, uno dei produttori ) ma nemmeno stavolta noi incontentabili abbiamo provato il brivido della paura, la sensazione che lo sguardo di qualcuno (qualcosa?) alle nostre spalle ci osservi malevolo mentre noi guardiamo il film.

Insidious
Il trailer italiano del film


  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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