Insidious: L'ultima chiave: la recensione del quarto horror della saga

12 gennaio 2018
2.5 di 5
13

Si conclude senza eccessive sorprese la serie creata da Leigh Whannell col secondo di due prequel che ci riporta agli eventi del primo film.

Insidious: L'ultima chiave: la recensione del quarto horror della saga

La serialità nel cinema horror ha sempre pagato, non tanto in termini di risultato artistico quanto di ritorno economico degli investimenti. Per questo Jason Blum, nuovo re Mida del low-budget, in poco più di dieci anni ha prodotto contemporaneamente sei episodi del mediocre Paranormal Activity, due di The Conjuring con ben quattro spinoff (due Annabelle, il prossimo The Nun e The Crooked Man in preparazione), tre puntate e una quarta in arrivo di The Purge, due di Sinister, due di Ouija e quattro di Insidious, più occasionali gioielli singoli come Scappa – Get Out e Auguri per la tua morte (ma, non lo dimentichiamo, ha prodotto anche Whiplash). La maggior parte di questi film ruota intorno al tema del soprannaturale, che da sempre può contare su un fedele stuolo di fan. Come ai tempi della Factory di Roger Corman, Blum alleva in casa i suoi talenti, promuovendo i registi al ruolo di produttori (vedi Oren Peli) e gli sceneggiatori a quello di registi, come l’autore di tutti gli Insidious Leigh Whannell nel terzo  e, stavolta, Adam Robitel, attore e sceneggiatore con all'attivo già l'acclamato The Taking of Veronika Logan, chiamato a ritoccare il copione del quinto Paranormal e rimasto in forza alla Blumhouse.

In un periodo di crisi del genere, chi lo ama non può che essere grato all’uomo che ha messo in piedi una vera e propria filiera di cinema dell'orrore a basso budget, aperta occasionalmente a presenze più autoriali (M. Night Shyamalan e Rob Zombie). Nella serialità, però, è quasi inevitabile che la ripetizione porti allo svilimento del concept iniziale: mentre crescono i valori produttivi dei film, sequel dopo sequel, vengono diluite le idee che hanno reso interessanti i primi. Dopo tutto, esiste solo un certo numero di variazioni sul tema nel genere, un po' come accade nel porno.

Questo vale, a nostro avviso, anche per la saga di Insidious, iniziata nel 2010 con James Wan alla regia, che metteva in scena la più classica delle situazioni: una famiglia oggetto delle oscure attenzioni di malefiche presenze all'interno di una casa goticheggiante e piena di angoli oscuri. A renderla meno scontata è stata la decisione di affidare il ruolo dell'eroina, la parapsicologa Elise Rainier, a Lin Shaye, attrice di una certa età e veterana dello schermo, rendendola popolare presso il pubblico giovanile in un'epoca in cui i ruoli per le donne over 60 scarseggiano e riallacciandosi in questo al periodo in cui l’horror rilanciava carriere minori o in declino. A una strana coppia di demonologi da reality tv è stato dato il compito di alleggerire la tensione con battute demenziali e simpatici gadget, e Whannell – che incarna Specs – ha avuto anche l'idea – semplice da realizzare ma efficace – di creare un Aldilà, The Further (l'Altrove, nella traduzione italiana), che è una sorta di Purgatorio in cui coabitano anime malvagie di vittime e carnefici, demoni torturatori ed esseri umani senza pace, rappresentati da attori in carne e ossa opportunamente truccati e illuminati.

In questa sorta di "tableaux mourants”, nell'oscurità in cui improvvisamente appaiono e il pubblico li vede sobbalzando con Elise, risiede l'invenzione migliore della serie. Alla fine del primo film, però, la protagonista moriva, ma per il grande successo che ha ottenuto si è dovuto riportarla indietro: prima con un goffo sequel, che concludeva un po' malamente con rimandi improponibili a Shining le storie della famiglia Lambert, dove Elise appariva solo nell'Altrove, poi con un primo prequel e infine con questa origin story che racconta la sua drammatica infanzia e il rafforzarsi del sodalizio con Specs e Tucker, iniziato nel secondo film, per concludersi all'inizio degli eventi raccontati nel primo film, in una cronologia più bizzarra di quella della saga di Star Wars.

Di questo quarto e probabilmente ultimo capitolo si apprezza il tentativo di dare un background anche storico e sociale alla vicenda: partiamo nel 1953 da una casa dotata di rifugio antiatomico, adiacente a un tetro carcere nell'America paranoica del “duck and cover”, quando ai bambini viene insegnato nelle scuole ad accucciarsi e a ripararsi sotto il banco in caso di attacco nucleare e il Comunismo Sovietico è il mostro tentacolare che spaventa gli adulti e fa fare loro cose folli. Tra le righe si percepisce chiaramente il parallelismo con l’attuale situazione americana e con la presidenza Trump dominata dalla paura e dalla demonizzazione degli stranieri.

Più ambizioso produttivamente, Insidious - L'ultima chiave convince però per scenografie e ambientazioni, ma meno per capacità di indurre spavento o almeno inquietudine. I siparietti di Specs e Tucker (difficilmente traducibili: il loro camper da Acchiappafantasmi, un Winnebago, in inglese si chiama Winnebaghost), spezzano fin troppo la tensione, e il loro insistito flirtare con le giovani nipoti di Elise fa un po’ troppo nerd lumacone e imbarazzante (di questi tempi, poi…). Manca l’effetto sorpresa dei primi film, si ripetono situazioni già viste e si moltiplicano metafore un po’ ovvie (le porte, le chiavi, i demoni dentro e fuori di noi, la famiglia come fonte primaria di orrore).

Il mostro protagonista, il demone Key Face, deve molto all’interpretazione del gigantesco attore spagnolo Javier Botet (futuro Slender Man), che sotto il trucco sfrutta la sindrome di Marfan da cui è afflitto e che lo rende estremamente longilineo e agile, offrendo un’efficace rappresentazione di una mostruosa alterità. Nel cast, sacrificato a poco più di una comparsata il bravo Kirk Acevedo, spunta un altro veterano, Bruce Davison, nel ruolo del fratello di Elise e padre anziano delle sue nipoti. Anche se Insidious: L'ultima chiave non si situa al livello più basso degli horror low budget, l'impressione complessiva è che il filone cominci a mostrare la corda e che un sequel e due prequel del primo film non fossero davvero necessari.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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