In Time, la recensione del film di Andrew Niccol

16 febbraio 2012
3.5 di 5
8

Il tempo è denaro. Letteralmente. Andrew Niccol osserva la società del nostro tempo, ne isola le deformazioni e le dilata all'interno di scenari futuristici di grande interesse e di atroce presagio.



Il tempo è denaro. Letteralmente. Andrew Niccol osserva la società del nostro tempo, ne isola le deformazioni e le dilata all'interno di scenari futuristici di grande interesse e di atroce presagio. Che le storie di Niccol siano un monito o un intelligente intrattenimento, lui è l'unico autore ad usare costantemente il cinema come mezzo di riflessione sulla deriva dell'umanità civilizzata. O perlomeno, è l'unico che riesce a farsi produrre tali scenari.

Quello di
In Time è un futuro in cui non esiste una moneta di scambio come la conosciamo oggi. Se nelle economie primitive esisteva il baratto, sostituito dal denaro circolante in tutte le sue forme, la mente di Niccol immagina uno scenario nel quale un countdown è inserito nell'avambraccio di ogni individuo, visibile sottopelle, mentre il conto delle ore, minuti e secondi inesorabilmente decresce. Il valore di beni e servizi si compra con il proprio tempo. Una cena fuori? Dalle tre alle venti ore, a seconda del ristorante ovviamente. Una corsa in autobus? Un'ora, ma le extraurbane costano di più. Un'auto? Qualche anno per un usato sicuro, altrimenti servono decenni per una berlina o un SUV. Un gioiello? Pochi hanno tempo sufficiente per poterselo permettere. Ricaricarsi di minutaggio si può, basta avere un lavoro. Ma gli stipendi da fame non sono certo una prerogativa del nostro presente. Allo scadere del countdown, il cuore implode. Fine della vita.

Un'idea del genere affascina all'istante aprendosi e scoprendosi a paesaggi sociologici inquietanti.
Niccol li esplora tutti, cercando risposte alle domande che lui per primo si pone. Lo scorrere del tempo è una delle poche cose rimaste (la forza di madre natura è un'altra) che l'uomo non può far altro che subire. Nel film il countdown si attivà al compimento dei 25 anni, congelando a quell'età l'aspetto estetico fino alla morte. Come la ricerche degli alchimisti (l'immortalità) risalenti a secoli or sono o le esplorazioni letterarie di Goethe e Wilde (la bramosia di conoscenza e di onnipotenza del Faust e l'ossessione dell'eterna giovinezza di Dorian Gray), anche Andrew Niccol perlustra deviazioni e derive del genere umano che strenuamente tenta di opporsi alle leggi vigenti in natura. E lo fa estremizzando i rimedi del 21 secolo. Quello di In Time è un mondo privo di vecchiaia in cui diventa obsoleta l'odierna rincorsa alla chirurgia estetica. Chi è ricco può contare sul proprio avambraccio anche un centinaio d'anni di vita, garantendosi di fatto la vita eterna.

La discriminazione sociale, già trattata in
Gattaca nel 1998 su altre interessanti teorie, ritorna qui inevitabile. Se potenzialmente l'immortalità è alla portata di tutti, il rischio di sovrappopolazione mondiale diventa l'incubo dal quale scampare. Un'altra questione che Niccol analizza sottlineando l'inesorabile ripetitività della Storia dell'umanità. Nelle città di In Time i Muri di Berlino si moltiplicano, valicabili soltanto pagando un salato pedaggio, e volti a creare ghetti, ceti e classi sociali dove la distanza tra agio e povertà diventa geografica.

I film di
Andrew Niccol allettano fin dal primo sguardo in vetrina. Le poderose idee di partenza sono armi a doppio taglio, perché non fanno sconti alla solidità dello sviluppo. In Time, senza avambracci numerati, è la storia di due fuggitivi che tentano di rovesciare un sistema classista, rapinano banche distribuendo ricchezza ai poveri, improvvisandosi Bonnie e Clyde con il sangue di Robin Hood. Interpretati da Justin Timberlake e Amanda Seyfried, i due attori non sempre risultano credibili nelle diverse provenienze sociali dei loro personaggi, così come il vigilante Cillian Murphy lascia dubbi sulla sua ostinazione a far rispettare la legge. La poca familiarità di Niccol con le sequenza d'azione è un altro punto debole del film ma indubbiamente, con gli avambracci numerati, le carenze di In Time si riescono a perdonare. Le riflessioni a posteriori scaturite dalla narrazione rimangono una merce rara al cinema e non ci si augura che questo genere di intrattenimento intelligente abbia le ore contate.



  • Giornalista cinematografico
  • Copywriter e autore di format TV/Web
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