Immaturi - Il viaggio Recensione

Titolo originale: Immaturi - Il viaggio

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Immaturi - Il viaggio, la nostra recensione del film

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Immaturi - Il viaggio, la nostra recensione del film

Anche se non è – né vuole essere – L'Impero colpisce ancora, Le due torri o Il Padrino – Parte seconda, con queste mega-produzioni hollywoodiane Immaturi – Il viaggio ha qualcosa in comune: è migliore, o comunque più compiuto, rispetto al film di cui è il sequel.
Nel caso del secondo capitolo delle avventure dei tardi maturandi affetti da gastrite o da mammite acuta, forse non si può nemmeno parlare di un seguito, dal momento che, da buon "master of puppets", Paolo Genovese ha capito di doversi spingere in una direzione diversa, allietando il suo pubblico da 15 milioni di Euro con una storia più complessa, raffinata, ironica e autoironica.

Aiutato da un gruppo di attori di sicuro appeal (gli strafamosi Paolo e Luca e Raoul Bova in prima linea), ha girato un film che forse non ha la geniale premessa narrativa di Immaturi, ma che ne conserva sia il messaggio (gli esami non finiscono mai) che quell'aura nostalgica che solitamente al cinema garantisce l'immedesimazione da parte di chi guarda. Dopo aver scelto come location una di quelle isole greche su cui migliaia di diciottenni hanno riempito angurie di gin, vodka e tequila, il regista ha però compiuto un'operazione nuovissima, approfondendo la psicologia dei personaggi senza però mai perdere di vista il ritmo del racconto - un racconto in cui nessun intreccio prevale sull'altro e nel quale i toni e la maniera di ridere (o sorridere) mutano continuamente.
Immaturi – Il viaggio, che Genovese ama definire "una commedia più che un film comico" si affida talora a una comicità di situazione, in cui si corre, si fugge, ci si nasconde, e talora alle battute del singolo mattatore, come nel caso di Maurizio Mattioli. In alcune scene è inconfondibilmente un buddy-movie, con Raoul Bova e Ricky Memphis complici di scappatelle, in altre si addentra nell'impervio territorio del cancer-movie, anche se non nella direzione di un Voglia di tenerezza o di un My Life.

Con la stessa leggerezza – non nel senso di superficialità – con cui affronta la malattia, il film parla anche dell'infedeltà coniugale. Lo fa in maniera intelligente, perchè, invece di condannare chi tradisce, prova a suggerirci che, in fondo, chi sceglie di non confessare il misfatto si assume una responsabilità, perchè evita la scappatoia di liberarsi dal senso di colpa e soprattutto di demandare all'altro la decione di chiudere la storia. E' una prospettiva nuova, così come sono nuovi Paolo Kessisoglu e Raoul Bova, il primo alle prese con un ruolo quasi drammatico, che interpreta con misura e dolcezza, il secondo più goffo, dinamico e a tratti attraversato da una linea d'ombra.

Film poco italiano e molto internazionale, nel senso che ha i meccanismi, il ritmo e l'univesalità di certe commedie sofisticate d'olteroceano, Immaturi – Il viaggio ha perfino una sua morale. Proprio come una buona vecchia favola di La Fontaine. Ai maschietti impegnati insegna che per restare integerrimi si deve evitare l'esplosiva miscela alcool/chiaro di luna/bella ragazza straniera. Alle femminucce, invece, sembra dire che non bisogna mai fidarsi di un uomo che sussurra: "Hai gli occhi tristi".



Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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