Il testimone invisibile: recensione del giallo con Riccardo Scamarcio e Miriam Leone diretto da Stefano Mordini

12 dicembre 2018
3.5 di 5
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Un meccanismo molto classico costruito intorno a una coppia e alla ricerca di una verità.

Il testimone invisibile: recensione del giallo con Riccardo Scamarcio e Miriam Leone diretto da Stefano Mordini

Giocare con lo spettatore è uno dei divertimenti prediletti dell'autore di thriller, che si diverte a seminare indizi come gli scrittori di gialli, per dirla all’italiana, o di crime novel, per il resto del mondo. Un genere letterario esploso durante i primi decenni del Novecento, qundo ha avuto un crescente successo nelle librerie delle stazioni, come guilty pleasure, non certo accolto nelle biblioteche delle accademie. Proprio un giallo classico, come se ne facevano in quegli anni, arriva ora dopo molto tempo nelle sale italiane, adattando un lavoro spagnolo.

Il testimone invisibile, bel titolo che non avrebbe sfigurato nella mitica collana del Giallo Mondadori, chiarisce subito le carte in tavola su cosa sia accaduto, ricostruendo invece, con un fitto lavoro narrativo, chi abbia commesso il crimine; un vero whodunit. Non solo, per complicarsi le cose, aggiunge elementi da delitto della camera chiusa (howdunit), quel sottogenere glorioso nato con Poe e portato avanti con passione da John Dickson Carr e molti altri negli anni Trenta.

Una vera sfida intellettuale fra scrittore e lettore, che nel film diretto da Stefano Mordini vede coinvolti il ricco uomo d’affari di successo Adriano Doria (Riccardo Scamarcio) e la fine penalista incaricata di prepararlo per la difesa, Virginia Ferrara (Maria Paiato). La vittima è l’amante di Doria, Laura Vitale (Miriam Leone), uccisa in una stanza d’hotel d’alta montagna chiusa dall’interno, in cui è stato ritrovato solo il suo amante. Da qui parte un gioco all’insegna delle costanti parole chiave in questi casi: verità, dettagli (questa ripetuta più di Alexa nei giorni delle feste), innocenza.
Un gioco in cui tutti noi spettatori siamo coinvolti, perché chiamati in causa, ma soprattutto perché viviamo in un paese di commissari tecnici di calcio e di spettatori che dicono, ‘l’avevo capito quasi subito chi era l’assassino’, vedendo Don Matteo in televisione. Non che la cosa conti troppo, visto che il labirinto in cui ci getta Il testimone invisibile è costruito all'insegna del dubbio, della costante incertezza se stiamo vedendo le cose dal giusto punto di vista.

In questo è un meccanismo davvero oliato, che risponde alle sollecitazione del genere in maniera onesta e intelligente, merito di un regista che lascia perdere vezzi autoriali rimanendo sempre fisso con grande precisione sulla ingarbugliata vicenda, riuscendo a coinvolgerci fin dalla prima (ottima) sequenza, tenendoci incollati a quel punto per tutto il film. Non mancano le possibilità per Mordini di sbizzarrirsi nella costruzione dell’atmosfera, elemento chiave, insistendo su una contrapposizione fra le gelide angolature di una Milano verticale e grigia e le gradazioni di verde e blu di boschi, monti e laghi del Trentino in cui la vicenda rievocata è avvenuta. Del resto Mordini ha dimostrato in passato di essere un regista molto ancorato ai luoghi: dalla Romagna di Provincia meccanica al litorale toscano di Acciaio.

Una cura che esclude un montaggio frenetico, vezzo deteriore di alcuni thriller, prendendosi il tempo per sviluppare la tensione, lasciando spazio ad attori convincenti, su tutti un’eccellente Maria Paiato, che sarebbe bene il nostro cinema non lasciasse solo agli amanti del teatro.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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