Il terremoto di Vanja: recensione del docufilm di Vinicio Marchioni fra Cechov, il teatro e i terremotati

23 ottobre 2019
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Alla Festa di Roma suggestioni e parallelismi sulle passioni e le ossessioni dell'attore e regista romano.

Il terremoto di Vanja: recensione del docufilm di Vinicio Marchioni fra Cechov, il teatro e  i terremotati

La neve scende a illuminare la spettrale zona rossa de L’Aquila, regalando qualche barlume di vita. Contemporaneamente le pianure dell’entroterra russo sono innevate per il lungo inverno che costringe al letargo contadini e abitanti della notte perenne. Due popolazioni in lotta quotidiana contro una natura (e un destino) ostile: da una parte i terremotati, dall’altra gli abitanti a cui si rivolgeva Anton Cechov nelle sue immortali opere teatrali. Un parallelismo che diventa una triangolazione, quando Vinicio Marchioni inserisce anche i teatranti come lui, la sua compagnia, che quelle opere le ha messe in scena in questi anni, anche nelle zone terremotate dell’Italia centrale. 

Un docufilm, Il terremoto di Vanja, o come preferite definirlo, in cui l’attore si cimenta con la regia, dopo molte esperienze teatrali, per l’appunto con Cechov e Vanja, concependo un ibrido, un’opera in cui inserire le sue passioni e ossessioni, dal grande russo al teatro stesso, dalla sofferenza degli umili a quella di chi ha perso tutto dopo un movimento scomposto della terra. Una lettera d’amore e un urlo di dolore rivolto ai resistenti, quelli che oggi con un termine di gran moda si definirebbero, soprattutto al di là dell’Atlantico, i resilienti. Per farlo si aiuta con le parole guida di un dialogo fra lui e Cechov, a cui dà voce Toni Servillo, mentre la compagnia prova lo spettacolo di Zio Vanja e lo mette in scena in tournée e si susseguono le considerazioni degli intervistati Gabriele Salvatores, Letizia Russo, autrice teatrale, il regista russo Andrei Konchalovsky e l’esperto di Cechov e traduttore Fausto Malcovati.

Il tempo come influisce sull’arte e sugli uomini, sulla letteratura o sui semplici contadini? Se lo domanda anche l’autore russo con le parole che Marchioni ha inserito all’inizio del film: “Quelli che vivranno dopo di noi, fra due o trecento anni e ai quali stiamo preparando la strada, ci saranno grati? Si ricorderanno di noi con una parola buona?”.

L’immobilismo della ricostruzione dopo il terremoto sembra quello delle istituzioni e della nobiltà terriera che gravava di pesi insostenibili i contadini della grande madre Russia. Due provincie popolate da gente che non si arrende, in un alternarsi di speranza e tragedia, ironia e grandi propositi. Il teatrante, nomade per definizione, sempre in giro per città e paesi, dialoga qui curiosamente con chi rifiuta di abbandonare la terra in cui è nato, a cui rimane legato nonostante abbia perso la casa e ogni cosa. Due lati della stessa medaglia, due ostinazioni che appartengono alla visione di Marchioni, che ne Il terremoto di Vanja compila con cura un’apologia dell’ostinazione, un atto d’amore verso il teatro, l’arte e il suo amato Cechov.

Il terremoto di Vanja
Il Trailer Ufficiale del Film - HD


  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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