Il sospetto - la recensione del film di Thomas Vinterberg

20 maggio 2012
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Jagten, la recensione del film di Thomas Vinterberg presentato in concorso al Festival di Cannes 2012.

Il sospetto - la recensione del film di Thomas Vinterberg

Non è un regista particolarmente raffinato, Thomas Vinterberg. Spesso e volentieri il suo stile è artefatto e manipolatorio, o comunque studiato con una furbizia che appare eccessiva.
Che Il sospetto racconti allora la storia di un uomo ingiustamente accusato di pedofilia, e quindi additato, scansato e messo al bando da amici e concittadini nonostante venga scagionato dalle accuse, potrebbe preoccupare.

Va ammesso però che, nonostante il marchio dell’autore sia presente, in questo suo nuovo film Vinterberg ha trovato in parte un equilibrio assente in molte delle sue opere: e di certo è riuscito a fare un passo avanti rispetto al precedente, pessimo Submarino.
Appoggiandosi all’interpretazione misurata e capace di Mads Mikkelsen, che funge da baricentro al film e limita i suoi possibili sbandamenti, Vinterberg racconta con linearità e qualche piccola retorica di troppo una storia di triste verosimiglianza, affrontando l’altro lato di una questione orrenda di cui il cinema si è spesso occupato.

Il sospetto è di inquietante efficacia nella sua parte iniziale. Quando prima mostra coraggiosamente la legittimità e la bellezza di un uomo adulto che ama i bambini con sincerità e pulizia, è pronto e disponibile a giocare e prendersi cura di loro, a mettersi al loro livello senza sovrastrutture o imbarazzi: sia quando è nel ruolo di insegnante d’asilo, sia quando è complice della figlioletta del suo migliore amico.

Quando invece quest’ultima, complice una cottarella rimessa subito al suo posto e la voglia di vendicarsi, inventa una menzogna letale ai danni del protagonista, ecco che
Il sospetto mette in scena le dinamiche sociali perverse per le quali un sospetto equivale ad una colpevolezza, e ha il coraggio anche di mostrare la banalità spaventosa di luoghi comuni quali “i bambini non mentono mai”, nonché la presunzione psicoanalitica degli adulti che vedono conferme ai loro sospetti ad ogni gesto o parola dei piccolo, e che imboccano risposte fino a che non si sentono dire ciò che (non) vogliono sentirsi dire.

Superato questo stadio,
Il sospetto si appiattisce su territori più comuni e retorici: l’ostilità della comunità, l’esclusione, la perdita della fiducia di quasi tutti gli amici più cari. Qui Vinterberg torna in sé, e per quanto con meno evidenza rispetto al passato, si riappoggia alle retoriche del suo cinema e di certi drammi scandinavi, scivolando in qualche banalità, riprendendosi, procedendo con meno sicurezza rispetto a prima.

Peccato che anche che, nel contesto di un finale più che zoppicante per eccesso di retorica, si vada a perdere una scena di grande forza emotiva, quella nella quale l’accusato e la sua piccola accusatrice, per la prima volta, si mostrano vicendevolmente la loro rinnovata e mai realmente spezzata amicizia.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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