Il Segreto: recensione del film di Jim Sheridan con Rooney Mara

19 ottobre 2016
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Rooney Mara e Vanessa Redgrafe faticano per tenere in piedi la baracca di Jim Sheridan.

Il Segreto: recensione del film di Jim Sheridan con Rooney Mara

Per fortuna che c'è Rooney Mara. Che non è solo brava, e lo sapevamo, ma che più va avanti, con quel viso e quegli occhi, più si dimostra capace del carisma delle dive degli anni d'oro di Hollywood, proprio come la Cate Blanchett con cui condivideva il set in Carol. Sulla scelta di affidarle il ruolo della protagonista di Il Segreto, della Rose giovane raccontata dalla Rose anziana che ha il volto e gli occhi azzurri anche loro di una gigante come Vanessa Redgrave, c'è poco da ridire.
Però non possono bastare due mosse di casting azzeccate (anche perché le altre lo sono assai meno) per tenere in piedi la baracca di Jim Sheridan, una baracca messa in piedi in maniera confusa sotto la patina levigata ed elegante della fotografia e nella quale, di tanto in tanto, qualcosa crolla piuttosto rovinosamente.

Sheridan tradisce anche con una certa intelligenza il materiale di partenza, il libro di Sebastian Barry, laddove è necessario farlo per il bene del cinema, e parte con apprezzabile prudenza per raccontare una storia complessa e stratificata, nella quale sotto al romanticismo della superficie si stratificano spaccati della storia irlandese, e si distendono le tensioni verso l'esterno con gli inglesi e verso l'interno con le ingerenze della Chiesa Cattolica.
Ma mano a mano che l'anziana Rose della Redgrave, chiusa per cinquant'anni in manicomio, racconta la sua storia allo psicologo Eric Bana, mentre i flashback della storia della sua vita prendono forma e Rooney Mara s'impadronisce dello schermo e diventa palese la "sorpresa" telefonatissima e improbabile che arriverà nel finale, i pezzi iniziano a non combaciare, e cresce una confusione niente affatto feconda o generatrice.

Così, perde di efficacia la storia di una donna punita dallo sguardo e dalla violenza maschile per la sua bellezza e per la sua indipendenza, si ritira come l'alta marea la denuncia di un cattolicesimo prevaricatore che strappa i figli alle madri, e rimangono sulla sabbia solo tanti elementi sparsi e abbandonati: le belle vedute della campagna e delle coste irlandesi, le retoriche più ovvie del mélo, sprazzi di recitazione via via meno efficaci, l'uso ossessivo delle musiche per pianoforte.
Che polpettone fosse, The Secret Scripture, era in qualche modo dichiarato fin dall'inizio. Ma che che fosse così poco digeribile, forse non ce lo si aspettava.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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