Il ragazzo invisibile - Seconda generazione: recensione del film di Gabriele Salvatores

27 dicembre 2017
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I giovani "speciali" crescono, e il regista - tutto al servizio della storia - si trova decisamente più a suo agio con loro.

Il ragazzo invisibile - Seconda generazione: recensione del film di Gabriele Salvatores

C'è Il ragazzo invisibile. E c'è un regista che invisibile non è, anche se fa di tutto per sembrare tale.
Messa così pare una cosa brutta, ma non lo è. E poi invisibile, no: ma diciamo pure che Gabriele Salvatores, qui, fa il regista mimetico. Un regista che sembra (ed è, senza dubbio) tutto al servizio della storia che racconta ma la cui presenza non è assolutamente irrilevante nel come questa storia viene raccontata.
Caso più unico che raro in Italia, Salvatores rinuncia a qualsiasi credit di sceneggiatura, si abbandona completamente a quella firmata da Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo e Alessandro Fabbri: che è più calda, cupa, complessa (insomma, decisamente migliore) di quella del primo film.

Lo si capisce da una sequenza iniziale d'azione ambientata a Rabat, Marocco, che Salvatores con questa Seconda generazione si trova meglio, che è più rilassato, e ha più voglia di divertirsi con una macchina da presa più energica e dinamica, più aggressiva.
Sarà che è più a suo agio con protagonisti non più sulla soglia tra infanzia e adolescenza, ma tra adolescenza e età adulta, che ora hanno sedici o diciassette anni, e sono alle prese con le piccole e grandi rivoluzioni della vita, con genitori da contestare, rimpiangere, rifiutare.
Sarà che la loro irrequietudine è più facile - per uno come lui, che l'irrequietudine e le questioni generazionali le ha sempre raccontate - da far risuonare nelle immagini rispetto allo spaesamento più bambinesco del Michele del primo film.
Sarà che l'intreccio è più fitto, che ci sono più personaggi da gestire, che uno di questi sia una ragazzina dal calore incendiario, interpretata da una Galatea Bellugi che dà la paga a quasi tutti gli altri protagonisti del film, adulti e ragazzi che siano.

Insomma, Il ragazzo invisibile - Seconda generazione è scritto meglio, girato meglio e curato meglio del suo predecessore; è meno timido, forse non meno incerto ma decisamente più sfacciato, come il suo protagonista.
Certo, non è che tutto proprio fili sempre liscio, ci sono a tratti intoppi e ingenuità che però - esattamente come avveniva per il primo film - sono figli di un'inesperienza strutturale al cinema italiano di fronte a progetti che guardano a Hollywood da un lato (quello supereroico) e al cinema per ragazzi dall'altro, e che vanno quindi trattati e guardati con indulgenza.
Momenti che qui e lì ingolfano il racconto, ai quali Salvatores supplisce come può e come sa da vecchia volpe della regia, con le immagini, e con sfumature inaspettate nei gesti e nei sentimenti di Michele e della ritrovata sorella Natasha, o con i piccoli personaggi che però funzionano molto: il giovane Ivan, ad esempio, o alcuni dei nuovi "speciali" che irrompono sulla scena, come quello affidato - con mossa di casting geniale, che ne riscatta altre decisamente più zoppicanti - a un mefistofelico Dario Cantarelli. Uno spin-off sul suo Morfeo, se saga deve essere, ci starebbe tutto.

Il ragazzo invisibile - Seconda generazione non è né gli X-Men (già nel primo capitolo era evidente che casomai il riferimento era a Heroes), né Lo chiamavano Jeeg Robot: e per fortuna.
È un film che ha la voglia e il coraggio - anche rischiando, anche sbagliando - di stare ad altezza adolescenti, senza indulgere però nelle loro ingenuità, senza rinnegare consapevolezze adulte: offrendo loro qualcosa di più (un racconto, una mitologia), parlando loro senza paternalismi, ma senza nemmeno far finta di essere un amico.
Perché non esiste cosa peggiore di un genitore che vuole fare l'amichetto, che ammicca e non fa crescere; perché un genitore bravo fa quel che deve fare, e Salvatores, coi suoi figli cinematografici, lo fa: il regista e il narratore.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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